Assumere una donna nel 2026 potrà costare molto meno alle imprese. È questa una delle novità più interessanti introdotte dal nuovo Decreto Lavoro, che punta a favorire l’occupazione femminile attraverso un incentivo concreto: uno sconto del 100% sui contributi previdenziali per chi assume lavoratrici a tempo indeterminato.
Tradotto in pratica, significa che per due anni lo Stato si farà carico di gran parte dei contributi dovuti dal datore di lavoro, fino a un massimo di 650 euro al mese per ogni nuova assunta. Un aiuto importante soprattutto per piccole imprese, attività commerciali, aziende artigiane e realtà del territorio che oggi devono fare i conti con costi sempre più alti e difficoltà nel trovare personale stabile.
L’obiettivo della misura è chiaro: aumentare il lavoro femminile, che in Italia continua ad avere numeri più bassi rispetto alla media europea. E il problema non riguarda soltanto le grandi città. Anche nei territori come il nostro molte donne, soprattutto dopo una maternità o dopo periodi di inattività, faticano a rientrare nel mercato del lavoro.
Il bonus non vale per tutte le assunzioni indistintamente, ma è rivolto a categorie considerate più fragili o svantaggiate. Ad esempio donne senza un impiego regolarmente retribuito da almeno 24 mesi, oppure disoccupate da almeno un anno e appartenenti a particolari categorie: over 50, giovani tra i 15 e i 24 anni, persone senza diploma superiore, lavoratrici sole con familiari a carico o impiegate in settori dove il divario tra uomini e donne è ancora molto elevato.
Per le aziende il vantaggio economico può essere davvero significativo, in alcuni casi il costo contributivo di una dipendente potrebbe quasi azzerarsi.
Naturalmente ci sono alcune condizioni da rispettare. Il datore di lavoro deve creare occupazione aggiuntiva reale: non basta sostituire un dipendente con un altro, ma occorre aumentare il numero complessivo dei lavoratori rispetto all’anno precedente. Inoltre l’azienda non deve aver effettuato licenziamenti economici nei sei mesi precedenti nella stessa sede produttiva.
La norma prova infatti a evitare comportamenti “furbi”, impedendo che il bonus venga utilizzato semplicemente per abbassare il costo del personale senza creare nuovo lavoro. Non solo: se nei sei mesi successivi all’assunzione incentivata la lavoratrice viene licenziata, oppure viene licenziato un dipendente con la stessa mansione, il beneficio decade e i contributi risparmiati devono essere restituiti.
C’è poi un altro aspetto interessante, che riguarda il cosiddetto “salario giusto”. Per accedere all’incentivo, infatti, le imprese devono applicare contratti collettivi nazionali adeguati e garantire stipendi coerenti con il lavoro svolto. In sostanza, lo Stato premia chi assume ma anche chi offre condizioni di lavoro corrette e regolari.
Per il tessuto economico locale questa misura può rappresentare una piccola ma importante occasione. Molte attività del territorio — dal turismo al commercio, fino ai servizi — hanno bisogno di personale qualificato e stabile. Ridurre il costo del lavoro potrebbe aiutare le imprese a investire e, allo stesso tempo, offrire nuove opportunità occupazionali a tante donne oggi escluse o penalizzate dal mercato del lavoro.
