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Tassazione degli “extraprofitti”, facile a dirsi ma difficile da fare. E chi pagherebbe?

Negli ultimi giorni, nelle dichiarazioni politiche è tornata con forza la proposta di tassare gli “extraprofitti” delle imprese dell’energia e dei carburanti per contrastare i pesanti effetti economici della guerra per famiglie e imprese. In alcune dichiarazioni si è arrivati persino a parlare di “tassazione della speculazione”. Parole che incontrano facilmente il consenso dell’opinione pubblica, soprattutto quando – come in questi giorni – i prezzi dell’energia e dei carburanti salgono e incidono sul rifornimento e sulle bollette di famiglie e imprese.

Dal punto di vista giuridico e fiscale, però, la questione è molto più complessa di come viene annunciata.

Nel sistema tributario italiano non esiste infatti una definizione di “extraprofitto”. Le imprese pagano le imposte sugli utili complessivi, appunto sul “profitto”, senza che la legge distingua tra profitto “normale” e profitto “straordinario”.

Per tassare solo una parte degli utili ritenuti eccezionali è quindi necessario approvare una norma specifica che stabilisca con precisione cosa si intenda per extraprofitto e come calcolarlo.

Un esempio recente è quello dell’imposta straordinaria introdotta nel 2023 per le banche. In quel caso il legislatore ha individuato un parametro contabile preciso e ha applicato l’imposta solo sulla quota che superava una determinata soglia. Si tratta quindi di una misura costruita con criteri tecnici molto dettagliati. Tuttavia la concreta efficacia di questa misura è tutta da dimostrare perché le banche hanno di fatto scaricato sui clienti buona parte di questo maggiore onere fiscale.

Anche nel settore energetico, durante la crisi dei prezzi del 2022, è stato introdotto un contributo straordinario sulle imprese dell’energia. Tuttavia quella misura ha mostrato tutte le difficoltà operative di questo tipo di interventi: problemi nel calcolo della base imponibile, contenziosi e forti contestazioni da parte delle aziende coinvolte, ed anche in quella circostanza gli effetti concreti per gli utenti sono stati molto al di sotto delle aspettative.

Il nodo principale è semplice: stabilire cosa sia davvero un “extraprofitto” non è affatto facile. L’aumento degli utili di un’impresa può dipendere da molti fattori: condizioni di mercato favorevoli, investimenti fatti negli anni precedenti, maggiore efficienza oppure l’aumento dei prezzi delle materie prime e dei servizi.

C’è poi un ulteriore elemento spesso trascurato nel dibattito pubblico. Anche se si riuscisse effettivamente a individuare e tassare gli extraprofitti delle aziende energetiche o petrolifere, questo, senza un ulteriore intervento mitigatore a valle, non comporterebbe automaticamente un beneficio diretto per i consumatori. Quegli utili straordinari infatti nascono proprio dall’aumento dei prezzi dell’energia, delle bollette e dei carburanti che restano a carico degli utenti finali. In altre parole, lo Stato potrebbe incassare più tasse sugli utili eccezionali delle imprese, ma ciò non ridurrebbe di per sé il costo sostenuto da famiglie e imprese per l’energia, con il risultato che le maggiori tasse continuerebbero sostanzialmente a pagarle i cittadini.

Ancora più astratta è l’idea – spesso evocata nelle dichiarazioni “ad effetto” – di una “tassa sulla speculazione”. In teoria significherebbe colpire i guadagni ottenuti attraverso comportamenti speculativi. In pratica però sarebbe necessario distinguere tra profitti derivanti da normali dinamiche di mercato, come l’aumento dei prezzi internazionali dell’energia, e quelli prodotti da vere operazioni speculative. 

La leva fiscale non può essere lo strumento per combattere la speculazione, anche perché se così fosse si andrebbe di fatto a legalizzare comportamenti speculativi: una volta pagate le imposte il guadagno della speculazione diventa trasparente e non può più essere considerato “speculative” e quindi potenzialmente illecito.

Per questo motivo le dichiarazioni politiche sulla tassazione degli extraprofitti – e ancor più quelle sulla tassazione della “speculazione” – rischiano nel concreto di restare soprattutto annunci. Interventi difficili da applicare, dai risultati incerti e che, in ogni caso, non ridurrebbero il costo di bollette e carburanti per i cittadini. Più che strumenti realmente utili per i consumatori, finiscono così per avere soprattutto una funzione comunicativa e propagandistica.