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Manifattura in caduta e turismo in ascesa, il nuovo volto (fragile) dell’Umbria economica

Crolla l’industria manifatturiera, arretrano le costruzioni, ma crescono agricoltura e turismo. È il ritratto dell’Umbria del 2024 che emerge dall’analisi del Centro Studi Tagliacarne e Unioncamere, basata sull’ultima revisione della contabilità nazionale dell’Istat e integrata con l’elaborazione dei dati regionali curata dalla Camera di Commercio dell’Umbria.

Il quadro generale è quello di una regione sospesa, in cui la crescita è solo apparente. Il valore aggiunto aumenta a valori correnti dello 0,99%, ma, depurato dall’inflazione media regionale (0,9%), il risultato reale è pari a zero. In sostanza, l’Umbria non cresce. Peggio ancora, si colloca al penultimo posto in Italia, seguita soltanto dall’Emilia-Romagna, mentre la media nazionale mostra un incremento reale dell’1,14%. A livello strutturale, la regione conferma la perdita di peso economico. Il valore aggiunto pro capite si ferma a 28.030 euro, pari all’84,1% della media italiana (33.347 euro), e la distanza dal Centro-Nord si allarga ulteriormente. L’Abruzzo ha ormai consolidato il sorpasso, e l’Umbria appare sempre più come una “terra di mezzo” spinta verso la parte bassa della classifica.

Industria in caduta libera
La crisi dell’industria manifatturiera è il principale fattore di debolezza. Nel 2024 il settore registra un crollo dell’8,08%, il peggiore risultato d’Italia. Una flessione che conferma il progressivo restringimento del tessuto produttivo regionale e la perdita di competitività delle filiere. Il dettaglio provinciale accentua il quadro negativo: Terni è ultima tra le 107 province italiane, con un calo del 10,45% del valore aggiunto industriale, mentre Perugia è quartultima con -7,53%. La crisi non è solo congiunturale, ma strutturale: pesano l’insufficienza di investimenti, l’invecchiamento delle imprese e la difficoltà di innovare.

Agricoltura e turismo, i motori della tenuta
In un contesto di stagnazione, l’agricoltura mostra invece una sorprendente vitalità, con una crescita del 13,64%, oltre tre punti percentuali sopra la media nazionale. Terni si colloca al 26° posto con +18,75% e Perugia al 53° con +11,38%. È un segnale positivo che riflette la capacità del comparto di valorizzare l’agroalimentare di qualità, il turismo rurale e le produzioni sostenibili.

Bene anche i servizi legati a commercio, trasporti, alloggio e ristorazione, in aumento del 3,3%, perfettamente in linea con la media italiana e superiore a quella del Centro Italia. Il turismo si conferma una leva di stabilità, sostenuto dalla diffusione dell’offerta culturale e da una crescente attrattività del territorio.

Più moderata, ma comunque positiva, la dinamica dei servizi professionali, finanziari e immobiliari (+4,06%), un punto sotto la media nazionale (+5,02%). Il dato segnala la persistenza di un ritardo nelle competenze e negli investimenti nei settori ad alto contenuto tecnologico e innovativo.

Terni prima in Italia nella pubblica amministrazione e nei servizi culturali
Il comparto pubblico rappresenta il volto più dinamico dell’economia regionale. Pubblica amministrazione, sanità, istruzione e attività culturali registrano una crescita del 3,84%, superiore alla media italiana del 2,94%. Terni conquista addirittura il primo posto in Italia tra le 107 province per incremento del valore aggiunto (+4,88%), mentre Perugia è al 28° posto (+3,5%). Un risultato che si lega alla presenza di strutture pubbliche importanti e a una rete culturale vivace: la Camera di Commercio ha documentato come l’Umbria sia la prima regione italiana per numero di attività culturali e spettacoli in rapporto alla popolazione.

Costruzioni e servizi in affanno
Tra i settori in difficoltà figurano anche le costruzioni, in calo del 6%, secondo peggior risultato nazionale dopo il Molise (-11,3%). Terni precipita al terzultimo posto con -8,79% e Perugia è 95ª con -4,03%. Il comparto delle costruzioni, che aveva trainato la ripresa post-pandemica grazie ai bonus edilizi, oggi mostra un rallentamento strutturale.

Commercio e turismo continuano invece a rappresentare i motori che evitano una contrazione più profonda: Terni cresce del 3,43% e Perugia del 3,26%, dati perfettamente in linea con la media italiana.

Mencaroni: “Serve una svolta strutturale”
“La crisi strutturale dell’economia umbra non è un fenomeno recente, ma un processo lungo, che oggi trova una nuova conferma nei dati sul valore aggiunto”, commenta Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria. “Il fatto che la nostra regione sia stata inserita nella Zona Economica Speciale unica, insieme alle Marche, è un segnale della difficoltà, ma anche un’opportunità da cogliere con decisione. Le Zes nascono per favorire investimenti e crescita nelle aree in ritardo, e l’Umbria può e deve sfruttare questa condizione per rilanciarsi”.

Mencaroni sottolinea il ruolo della Camera di Commercio nell’accompagnare le imprese nella doppia transizione, economica ed ecologica: “Sosteniamo la digitalizzazione, la formazione e l’innovazione. Solo attraverso un aumento della produttività reale e una maggiore capacità di attrarre capitali e competenze l’Umbria potrà tornare a crescere in modo stabile, rafforzando il suo tessuto economico e sociale”.

Un sistema che galleggia ma non riparte
Il 2024 consegna dunque l’immagine di un’Umbria che non arretra, ma nemmeno avanza. L’industria segna il passo, l’agricoltura cresce, i servizi resistono, ma la spinta generale manca. È un’economia che galleggia, sostenuta da comparti tradizionali ma priva di un motore di sviluppo vero.
Senza un rilancio del settore manifatturiero e un salto di qualità nei servizi ad alto valore aggiunto, la regione rischia di restare ai margini della ripresa nazionale, in un equilibrio precario tra sopravvivenza e stagnazione.