Welcare

Riflessioni sul dibattito circa il ruolo del settore turistico nello sviluppo economico territoriale

Nel dibattito sullo sviluppo economico locale, v’è una sorta di fiume carsico, scorre sottoterra per un po’, poi torna in superficie per poi scomparire di nuovo e così all’infinito. Questo fiume carsico è il dibattito sul settore turistico.  Al riguardo, semplificando al massimo, le tesi in campo – quasi sempre sostenute in maniera largamente apodittica – da un lato, sostengono la plausibilità e sostenibilità di lungo periodo di uno sviluppo economico basato praticamente in maniera esclusiva sul turismo, dall’altro identificano, invece, in questa dinamica una fonte di squilibrio, anche in relazione agli impatti non solo economici dell’”eccesso di turismo”. Nel campo dei critici, infine, non si concorda sulla strada da intraprendere: alcuni vorrebbero un intervento normativo per calmierare il settore, per esempio relativamente al segmento di mercato legato ai B&B, altri sono contrari a questo approccio.

In questo mio contributo cercherò di argomentare, in maniera non apodittica, la subottimalità di uno sviluppo monosettoriale, a fortiori se incentrato sul turismo, le cui peculiarità intrinseche non sono coerenti con un ruolo di catalizzatore della crescita.

La prendo alla lontana, poi convergo sui punti premessi. 

Uno dei più importanti (e misteriosi) teoremi della finanza sostiene che il mercato aggiusta il prezzo delle attività in funzione dei rendimenti attesi tenendo conto del rischio, intendendo con quest’ultima variabile, intuitivamente, quanto disperso è il range delle aspettative, cioè quanto esse sono aleatorie e di difficile previsione; tanto più è alto il rischio tanto maggiore è il premio lucrato. Ma, e questo è il punto chiave, quello che rileva non è il rischio totale ma una sua componente, chiamata rischio sistematico o non diversificabile. Di fatto il mercato non ripaga per il rischio totale di un certo asset ma esclusivamente per la parte non suscettibile di essere coperta tramite diversificazione. 

Cioè, se un’attività ha un rischio totale di 10 e un rischio sistematico di 5, il premio che il mercato riconosce al detentore è su 5! Quindi chi detenga solo quell’attività avrà un rischio di 10 e riceverà un premio calcolato su 5: il mercato aggiusta i prezzi in funzione della pratica della diversificazione, chi non la ponga in essere avrà una posizione evidentemente subottimale, sopporta una parte di rischio (10-5) senza essere remunerato.

La vulgata della diversificazione è poi divenuta “cultura popolare”, alimentando tutta una serie di brocardi – mettere le uova in più cestelli – e anche l’alta letteratura ha celebrato questo principio: Shakespeare ne “Il mercante di Venezia” fa dire ad Antonio che la sua fortuna non dipende solo dall’esito del viaggio di una sola nave.

Utilizzare questa logica passando da un portafoglio di attività a un sistema produttivo, che è un portafoglio di settori, è immediato: l’ottimizzazione del valore del portafoglio implica l’ottimizzazione dei risultati economici, cioè delle performance del sistema nel suo complesso. Per cui, quanto detto per le attività vale anche per i sistemi economici cui, pertanto, è riferibile la subottimalità della mancanza di diversificazione. In conclusione, uno sistema economico monosettoriale non solo è più rischioso di alternative più diversificare – questo credo che lo accetterebbero anche i sostenitori di questa forma di sviluppo economico – ma questo maggior rischio non si traduce in nessun rendimento aggiuntivo! Semplicemente non è ripagato!

Quanto detto ha una valenza generale, ma nel caso del settore turistico valgono anche considerazioni ulteriori legate alle sue peculiarità emerse da numerosi studi econometrici, per esempio quelli dell’ISTAT ripresi anche in diverse occasioni da analisi del CTS (Cittadinanza, Territorio, Sviluppo) di Orvieto. Due in particolare sono i punti dirimenti; in primo luogo, il turismo è un settore verticalmente integrato, cioè ha contenuti flussi di merci in entrata e in sostanza una solo in uscita, il suo prodotto finito; questa connotazione mitiga molto gli stimoli che una sua crescita induce al resto dell’economia. Certo, nella fase d’impianto vi saranno investimenti, soprattutto nell’edilizia, per la messa a punto iniziale ma poi, anche nel medio periodo, i successivi interventi sono limitati. 

In secondo luogo, l’articolazione settoriale di un’economia rileva anche per la crescita della produttività: anche in questo caso numerosi studi hanno accertato che il settore turistico presenta, in relazione a questa variabile, una bassa performance; questo è un aspetto veramente rilevante in quanto la produttività svolge un ruolo chiave negli incrementi della remunerazione dei fattori, reddito del capitale e saggio di salario. Peraltro, stante gli impatti anche negativi dati dall’eccesso di turismo (esternalità negative, per esempio l’impatto ambientale del turismo, un’industria apparentemente leggera, è molto alto: nei paesi sviluppati circa l’8% di emissione di anidride carbonica è dovuta al turismo, cfr. A. Bonomi e A. Gusmeroli “I turismi visti dall’ultimo miglio”, 2024, ed. DeriveAppridi, pag. 18), questo settore – al contrario dei dati esibiti – dovrebbe fornire un premio per tali diseconomie, per cui considerando anche queste ultime e aggiustando le performance anche per tali aspetti, gli esiti sono ancora meno soddisfacenti. 

Chi abbia dei dubbi su quello che sto argomentando, faccia il seguente esercizio mentale: ipotizzate che l’articolazione monosettoriale sia ottimale e chiedevi “perché il buon andamento del turismo non ha impattato su quello degli altri settori, che languiscono da tempo in una crisi economica che è anche demografica?”. Evidentemente la risposta è che la premessa è sbagliata: lo sviluppo basato sulla sonata monocorde sul tasto del turismo è subottimale! L’effetto traino non è, intrinsecamente, una caratteristica del settore turistico.

Per provare a dare una risposta operativa a questi problemi, si dovrebbe partire da comprendere meglio lo status quo dell’economia dell’orvietano, solo sapendo dove ci si trova si può fare rotta verso il porto dove si vuole portare l’imbarcazione. Si dovrebbe cominciare con il costruire le tabelle input-output (I/O) dei principali settori, cioè per ciascun bene o servizio k si dovrebbe predisporre l’elenco dei beni e/o servizi, con le relative quantità, che entrano nella produzione di un’unità di k: fare programmazione territoriale senza la matrice I/O è come aprire una trattoria senza avere idea degli ingredienti che entrano in ogni ricetta.

Qui si ferma la tecnica e comincia il campo della politica. 

Tuttavia, non necessariamente quest’ultima deve porre in essere le conclusioni di quella: malgrado secondo il duca di Richelieu la politica sia l’arte di rendere possibile il necessario, l’esplicitazione di ciò che è necessario può essere non condivisa; di fatto, la politica sovrappone sempre alle opzioni tecniche una sorta di sua propria definizione di “benessere pubblico” che è altamente discrezionale: per esempio, si potrebbe ritenere che la direzione indicata dalla tecnica abbia contenute probabilità di riuscita, oppure che i costi sociali (per esempio, penalizzazioni di alcuni settori e/o gruppi di interesse) siano insostenibili; in ogni caso, sempre, pesa molto la saldatura, il patto elettorale sancito tra governo e classi di riferimento: se tali congerie sono costituite dal “borghese imprenditore” si avranno politiche molto diverse che non se il riferimento è al “rentier” di ricardiane memorie; come ricorda Schumpeter, che certo non può essere tacciato di materialismo storico, “l’economia politica è politica”…