A Orvieto va tutto bene e basta fare i catastrofisti, d’altronde ci sono imprenditori pronti a investire fior di quattrini nelle infrastrutture turistiche. Questo è il ritornello stantio che accompagna ogni annuncio (anche quando si rivela fallace, come nel caso dell’Hotel Posta) riguardante investitori che acquistano location di alto pregio per trasformarle in luoghi di relax.
Benissimo. Molto meglio questo che dover assistere a cornicioni pericolanti, vetri rotti e soffitti distrutti dalle infiltrazioni d’acqua nei tanti palazzi storici della nostra città. Peccato che molto spesso si tratti di beni pubblici, ma questa è un’altra storia.
Torniamo al turismo.
Chi negli ultimi anni ha scritto criticamente di turismo non è composto da improvvisati o da “gufi” professionisti, ma da studiosi, tecnici ed esperti che non hanno mai demonizzato il settore. Piuttosto, hanno cercato di riportare sulla terra chi fantasticava di metaversi, realtà aumentate e improbabili crocieristi VIP in pellegrinaggio verso una sorta di “Orvietoland”, dove tutto diventa prodotto e tutto ha un prezzo.
Il punto è un altro. I dati economici raccontano che il valore aggiunto per addetto nel settore dell’alloggio e della ristorazione si attesta attorno ai 24.900 euro, ben al di sotto della media di 56.600 euro registrata complessivamente nel commercio e nei servizi. Questa differenza si riflette inevitabilmente anche sulla produttività, che nelle industrie turistiche risulta inferiore di circa il 30% rispetto alla media nazionale.
A ciò si aggiungono contratti spesso stagionali, stipendi medio-bassi e scarse prospettive di crescita professionale. Un lavoratore del turismo guadagna mediamente il 35% in meno rispetto alla media del settore dei servizi. Si tratta prevalentemente di occupazioni a bassa specializzazione, ad alta intensità di lavoro manuale, difficilmente automatizzabili e con limitate possibilità di avanzamento salariale. Inoltre, le microimprese — che rappresentano oltre la metà delle realtà occupazionali del comparto — dispongono di una capacità molto ridotta di investimento e innovazione. Il problema, quindi, non è il turismo in sé. Il problema è pensare che il turismo, da solo, possa generare ricchezza diffusa e trattenere giovani con livelli di istruzione medio-alti.
Il rischio della “Dutch Disease”
A questo quadro va aggiunto il fenomeno della “Dutch Disease” (Malattia Olandese), che offre una lente interpretativa perfetta per comprendere i potenziali effetti negativi di un’eccessiva dipendenza turistica. Questa teoria economica spiega come l’espansione rapida e sproporzionata di un singolo settore rischi di soffocare comparti molto più produttivi (come la manifattura o l’alta tecnologia) drenando preziose risorse e capitale umano. In un recente studio citato dal settimanale “The Economist”, condotto da Giuseppe Di Giacomo e Benjamin Lerch, viene evidenziato come il boom del turismo in Italia abbia avuto un impatto addirittura negativo sull’istruzione superiore, riducendo la domanda di formazione qualificata e i tassi di iscrizione universitaria. Gli economisti concludono che, sebbene il comparto offra evidenti benefici economici immediati, rischia di ostacolare lo sviluppo a lungo termine del Paese, distogliendo risorse dai settori maggiormente strategici per una crescita sostenibile.
La lezione delle città sature
Gli effetti di questo modello sono già visibili in città come Venezia o Firenze, dove l’aumento continuo dei flussi turistici non produce più una crescita economica reale, ma genera rendimenti decrescenti ed esternalità negative. Crescono la congestione urbana, i prezzi immobiliari, il degrado delle infrastrutture e il disagio dei residenti. I benefici economici, spesso concentrati nelle mani di pochi soggetti, finiscono così per essere compensati da un peggioramento complessivo della qualità della vita e della sostenibilità delle destinazioni.
n conclusione, il turismo rappresenta certamente una risorsa importante per l’Italia e per Orvieto, ma non può diventare l’unico motore dello sviluppo economico. Un modello eccessivamente sbilanciato sul turismo rischia di condannare il territorio a una crescita fragile, fondata su bassa produttività, salari contenuti e occupazione poco qualificata, rendendo l’economia più vulnerabile agli shock e meno resiliente alle sfide future.
Per questo sarebbe auspicabile che le istituzioni pubbliche promuovessero una strategia più equilibrata: valorizzare il turismo, sì, ma investendo contemporaneamente in innovazione, formazione e settori ad alta produttività, così da costruire una prosperità realmente duratura, diffusa e inclusiva.