Direttore Li Donni, la satira fa vincere il Nobel, vedi Dario Fo, ma nel nostro piccolo scatena reazioni e malumori. Se poi, caro direttore, vai a vedere come il grande drammaturgo sia stato capace di sguazzare nel ‘body shaming’ all’interno dei suoi testi celebrati in ogni parte del mondo, allora ti rendi conto che quel naso a Pinocchio della presidente Proietti è ben poca cosa. Anche se dice molto. E quando la satira dice, quando illustra una tesi, quando sostiene una posizione, politica o meno, quando esprime un concetto, dunque quando comunica, è essa stessa comunicazione. Cioè giornalismo. E non di rado buon giornalismo. Prendi Il Vernacoliere, tanto per intenderci. Dietro quel foglio dai titoli contestatissimi, in effetti spesso di pessimo gusto tanto da sfiorare la volgarità, c’è una storia giornalistica (e democratica) gloriosa che nel tempo ha attraversato dapprima la città di Livorno, poi la Toscana e infine l’Italia intera.
Dice qualcuno: quel naso così ‘prolungato’ offende una donna. Però la donna, nel caso di specie, è un personaggio politico la cui immagine è necessariamente pubblica, una figura istituzionale che vive anche di tale pubblicità. Siamo noi, con il nostro voto, a collocare queste figure in ben remunerate poltrone e in ragione di ciò acquisiamo il diritto-dovere di critica e quello di sberleffo, almeno quando ne esistono i presupposti. Eppoi chi oggigiorno continua a distinguere tra generi appare quantomeno prevenuto: ben poche voci di dissenso si alzavano quando Bettino Craxi veniva definito ‘ippopotamo’ o quando Giulio Andreotti era per tutti il ‘gobbo’, perfino nei titoli dei più grandi quotidiani nazionali. Sarebbe il caso di indignarsi piuttosto per la prolungata emarginazione e per la colpevole sottovalutazione cui continuano ad essere sottoposte le donne nel mondo del lavoro di questa bislacca Italia: a parità di ruolo percepiscono uno stipendio inferiore e non si comprende perché, quando fior di scienziate contribuiscono con il loro impegno ad accrescere il livello della ricerca e della cultura.

Hai fatto informazione, egregio direttore, hai dato una notizia, che poi sarebbe il tuo lavoro quotidiano. Il pinocchiesco naso presidenziale vale quanto e più di un articolo. E indubbiamente ha illustrato bene il concetto che intendevi esprimere, visto che se ne continua a parlare. Qualcuno si è offeso? Beh, forse è inevitabile. Durante gli anni ’70, nell’America delle libertà dietro l’angolo, un sondaggio raccolse l’indignazione del 60 per cento degli intervistati quando il Washington Post avviò la propria campagna-stampa sul caso Watergate. La gente non voleva credere che il presidente degli Usa, quel Nixon dall’aspetto borghese e bonario, fosse coinvolto nell’illecito spionaggio dei propri concorrenti politici. Molti americani dichiararono di sentirsi offesi da quegli articoli puntuali e trancianti. Salvo poi doversi ricredere quando si accertò che era tutto vero.
Fin troppo giusto battersi per far scendere i giornalisti dal piedistallo in cui si sono inopinatamente collocati. Doveroso essere contrari alla casta e ritenere che il nostro Ordine professionale debba guardare, insieme alle sacrosante rivendicazioni avanzate dalla categoria, soprattutto ai danni che i suoi iscritti arrecano sovente ai comuni fruitori dell’informazione. L’espressione ‘noi giornalisti’ insospettisce ogni qual volta viene pronunciata al di fuori del contesto di riferimento. Tuttavia ben altra cosa è la caccia al giornalista quanto quest’ultimo viene ingiustamente considerato il colpevole di tutti i mali sociali. Si tratta, il più delle volte, di un sistema facile per scantonare dalle proprie responsabilità, uno di quei metodi in uso ai politici da strapazzo, quelli che ritengono di poter turlupinare il prossimo senza pagarne dazio. Che poi tale atteggiamento, cioè il riferire ogni negatività al mestiere dell’informare, abbia fatto breccia nell’opinione pubblica, appare decisamente preoccupante ma è pratica diffusa quando il pensiero comune si costruisce lungo le strade social della massificazione, dell’esagerazione, dell’uno contro uno che ben presto diventa tutti contro uno.
Sia chiaro, egregio direttore: è del tutto legittimo dissentire dalle tue idee e anch’io appartengo alla categoria di chi non sempre collima con quanto quotidianamente propone il tuo giornale online. Ma il dissenso è elemento della democrazia, mentre il ritenersi immotivatamente offesi dalle opinioni altrui appartiene alla superbia. No, non voglio arrivare alla celeberrima frase a quanto pare erroneamente attribuita a Voltaire – ‘Non la penso come te ma sono pronto a dare la vita perché tu possa liberamente esprimere le tue idee’ – però è innegabilmente vero che al fondo di ogni buon polemista vi siano il rispetto per l’altro e la consapevolezza che senza alcuna voce dissenziente sarebbe il proprio pensiero a non possedere alcun valore. No, quel naso non è offensivo. E’ forte, dirompente, magari eccessivo. Ma esprime un pensiero. Il tuo. Che non è necessariamente il mio ma che io ho il dovere di tutelare e proteggere dall’azione di quanti – e sono tanti, a quanto pare anche a Orvieto – ritengono che la società perfetta sia quella e solo quella dei cervelli all’ammasso.
Ringrazio sentitamente l’amico e collega Roberto Conticelli. E’ un periodo storico piuttosto strano per chi intende la professione come informare senza badare ad appartenenze politiche. E’ difficile il periodo per chi vuole colpire duramente chi ha la responsabilità di governo sottolineandone le manchevolezze. Certamente è il mio punto di vista; può non essere condiviso; può essere criticato ma sempre senza ledere la libertà di informare e soprattutto la libertà di espressione.
Grazie ancora Roberto per aver ricordato cosa significhi la nostra professione, ogni giorno quotidianamente sul campo, senza sosta e sempre attenti a come e a cosa si scrive perché non siamo un canale social, non possiamo essere assimilati a un post. Siamo altro, ancora!