Orvieto vive un paradosso ormai cronico. È una città costellata di luoghi dismessi, in decadenza o male utilizzati; immobili che restano lì, in attesa di un “cavaliere bianco” che si fa merce sempre più rara. Eppure, di fronte a domande precise sul destino di questi spazi vitali, la risposta si cela troppo spesso dietro un laconico “ci stiamo lavorando” o un ermetico “non possiamo anticipare nulla”.
Perché questo muro di gomma? Non stiamo forse parlando di beni comuni della città, e dunque appartenenti a tutti? Sembra quasi che ci si debba rassegnare all’idea che le partite più ghiotte siano appannaggio di pochi nel segreto delle stanze, mentre per il resto ci si affida a terzi con scarsi margini di manovra.
È un difetto antico che non si riesce a eliminare: Orvieto è la città del “si dice che…”. Un vizio tollerabile nel gossip, ma deleterio quando si amministra la cosa pubblica. L’esempio più lampante è l’ex Caserma Piave. Dopo la chiusura e l’esperienza di RPO SpA, si sono susseguiti sottotraccia progetti e piani per riconvertire quel pezzo fondamentale della Rupe. Tutto è sempre rimasto nel limbo dei “si dice”: fondi esteri, gruppi di investitori, la cittadella della fiction e, nell’ultima campagna elettorale, una ventata di nostalgia con la Scuola di Polizia.
Risultato? Niente di niente. La politica ci aveva provato con il progetto MOST, con tanto di via libera di consiglio comunale e regionale, ma dopo un primo abboccamento a Roma è calato il silenzio. Non una parola in più. All’orizzonte si era palesato anche qualche presunto “salvatore della Patria” naufragato poi, talvolta fragorosamente, dopo le solite trattative silenti. Oggi siamo punto e a capo con un nuovo “si dice che”: un possibile investitore estero pronto a mettere tanti soldi per… non si sa cosa. La città non viene informata in maniera puntuale su ciò che si vuole costruire in una proprietà pubblica.
Cambiamo location, ma la musica è simile. Prendiamo la parte frontale dell’ex ospedale in Piazza Duomo. La sindaca Tardani aveva annunciato “progetti importanti” per la valorizzazione di quella parte concessa in disponibilità del Comune da parte della Usl Umbria2. Bene, giusto avere riservatezza nelle trattative, ma qual è la visione? Di che tipo di progetti parliamo?
Il “si dice che” può valere per le attività private, quando la curiosità cittadina cerca di anticipare una vendita. Ma nel pubblico non può funzionare così. La città ha il diritto di essere aggiornata.
E lo stesso metro di giudizio deve essere applicato ad altre istituzioni fondamentali che detengono pezzi pregiati del patrimonio cittadino, come la Diocesi di Orvieto-Todi e l’Opera del Duomo. Anche in questo caso c’è una comunità che assiste e supporta, ma che poi viene tenuta all’oscuro sulle strategie immobiliari. Se è giusto chiedere trasparenza su progetti impattanti come eolico o solare, conoscere il destino di immobili storici come l’ex-Artistico, il complesso di San Rocco e altri beni dovrebbe essere un diritto acquisito della comunità. Anche su questo fronte, invece, regna spesso un silenzio assoluto, assordante.
Intanto la città sonnecchia, distratta da luci e pailettes effimere, mentre i suoi contenitori più preziosi restano vuoti e dismessi, specchio di una mancanza di visione e di un progetto di sviluppo economico che non riesce ad andare oltre il monotematismo.