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Orvieto, l’illusione dei numeri. Il record di turisti, ma il lavoro è povero e la ricchezza emigra

I dati forniti dalla Regione Umbria sul turismo e quelli della Camera di Commercio sulle imprese per numero di abitanti hanno riacceso la macchina dei comunicati dai toni trionfalistici. “Orvieto isola felice”, “alla faccia dei catastrofisti”: questa, in estrema sintesi, la narrazione ufficiale che ne è scaturita.

Tuttavia, i dati nudi e crudi forniscono solo una fotografia dello stato dell’arte, una superficie che brilla ma che non spiega cosa c’è sotto. Se si vuole comprendere sino in fondo il vero senso dei numeri, è necessario scendere in profondità, incrociarli e analizzarli, perché la statistica senza contesto non basta se non per la piccola propaganda. Partiamo da un assunto fondamentale: il numero di imprese per abitante non è sinonimo automatico di salute del tessuto economico ma soprattutto di un aumento della ricchezza. Sarebbe necessario avere un quadro dettagliato delle dimensioni, del fatturato e della solidità di queste imprese, un dato che manca nelle note ufficiali ma che si può ricostruire osservando i trend storici.

È un esercizio difficile, scomodo, e allora cerchiamo di analizzare i numeri. Il primo dato reale ci riporta con i piedi per terra: c’è un forte calo occupazionale nel manifatturiero (circa il 40%), che certifica una crisi strutturale di quello che è, da sempre, il principale indicatore della salute economica e sociale di un territorio (stipendi stabili). Anche l’agricoltura, storica eccellenza nel territorio orvietano, soffre per un grande problema di ricambio generazionale. Fino al 2024 a trainare l’economia locale ci ha pensato il settore edile, drogato dalla scia positiva del Superbonus, e nel 2025 dagli effetti del PNRR, seppure marginali per la città. Ma finiti i bonus e chiusi i cantieri, cosa resterà?

Cresce, è vero, il settore legato al food e al turismo, mentre è in caduta libera il trend dell’occupazione per i negozi di prossimità, schiacciati dalla GDO e dalle grandi catene. Ed ecco la domanda sulla qualità della ricchezza prodotta. Il turismo è strutturalmente un settore a bassa produttività e bassa retribuzione. Parliamo di stipendi che faticano a raggiungere medie dignitose, con retribuzioni nette orarie che nel 2025 si attestano intorno ai 7,80 euro. Siamo nella fascia più bassa del mercato del lavoro, spesso caratterizzata da contratti stagionali, a chiamata o part-time. Questo sommato al crollo della manifattura può spiegare come mai i giovani ad altra istruzione e specializzazione continuano a “lasciare” Orvieto provocando una crisi demografica sotto gli occhi di tutti.

E per quanto riguarda la ricchezza che rimane sul territorio? L’impatto è molto più limitato di quanto i record di presenze facciano credere. Il peso reale del settore sull’economia locale si aggira intorno al 10%. Perché? Semplice, la filiera è corta, ma “verso l’esterno”. I fornitori della quasi totalità degli esercizi food hanno sede fuori dal territorio orvietano e, in alcuni casi, fuori regione. Ciò significa che la ricchezza prodotta dall’impresa locale (l’incasso dello scontrino) viene immediatamente redistribuita altrove per pagare materie prime e logistica. A Orvieto rimangono gli stipendi (bassi) e le briciole per alcuni fornitori locali di vino, olio e prodotti a km zero, spesso sacrificati o ridotti al minimo per contenere i costi generali in un mercato sempre più aggressivo.

In sintesi, c’è il fortissimo rischio di trasfomare Orvieto in una città vetrina: bellissima, piena di turisti, con tante partite IVA aperte, ma con cittadini sempre più anziani, pochi giovani e un tessuto produttivo che perde i pezzi pregiati (manifattura e artigianato vero) a favore di una “monocoltura” turistica a basso valore aggiunto. Festeggiare i numeri senza interrogarsi sulla qualità del lavoro e sulla crescita economica non è ottimismo, è miopia. Non si dovrebbero contare solo “quante” imprese ci sono, ma chiedersi “come” vsta cambiando la demografia e il tenore di vita degli orvietani. Perché un territorio che scambia posti di lavoro qualificati con impieghi precari e a basso reddito non sta crescendo: si sta solo impoverendo lentamente, ma con il sorriso sulle labbra e i tavolini pieni.