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Orvieto, l’alba di un anno che chiede risposte alla fame di futuro

Ecco l’alba di un nuovo anno che si porta dietro, inevitabilmente, le scorie del 2025: guerre, violenze, ingiustizie, diseguaglianze. E Orvieto? Non fa eccezione, non è un’isola felice. I problemi ci sono e l’elenco sarebbe lungo. Le criticità che più avvertiamo riguardano la sanità, i trasporti, la denatalità e l’invecchiamento della popolazione, il calo dei residenti, i servizi, l’economia, la mancanza di lavoro qualificato.

Non si tratta di essere pessimisti o di vestire i panni delle cassandre, ma semplicemente di guardare in faccia la realtà, quella che va oltre i lustrini, le luci e il pienone di persone durante le feste comandate e i ponti vacanzieri. È un malessere diffuso in Umbria, ma che qui appare più accentuato per cause sia endogene che esogene. Allora Orvieto non è un buon posto dove vivere? Assolutamente no. Orvieto è una città in cui si vive bene, a misura d’uomo. Ma c’è fame di futuro. Ed è una fame che non può essere ignorata.

C’è poi il tema dell’informazione. Non vogliamo difendere una categoria, ma è evidente che fare giornalismo oggi è sempre più difficile. La crisi del settore è sotto gli occhi di tutti e chi governa, a ogni livello, spesso mal sopporta chi prova ad applicare le regole del buon giornalismo. La crisi dell’informazione è un segnale chiaro di un indebolimento del tasso democratico. Giornalisti licenziati per una domanda scomoda, colpiti come “danni collaterali” nei conflitti, uccisi consapevolmente, indagati per aver svelato giochi di palazzo o liquidati come “sciacalli” da rappresentanti delle istituzioni per aver fatto il proprio dovere: essere cani da guardia del potere.

Cosa ci attendiamo dal 2026? Un cambio di passo. Non miracoli, ma serietà. Ci attendiamo che si torni a costruire attraverso il confronto, quello vero, franco, nel rispetto dell’avversario. Sentire in un’assemblea pubblica affermazioni come “noi siamo 11 e voi 6” non è solo deprimente: è uno schiaffo alla democrazia.

Il cambiamento, se mai arriverà, dovrà partire dal basso. Non pretendiamo di essere artefici di un nuovo ordine mondiale, ma rivendichiamo il diritto – e il dovere – di contribuire a costruire un percorso credibile per il futuro della città. Senza scorciatoie, senza accordicchi, senza scambi elettorali o di altra natura.

Perché Orvieto ha bisogno di progetti. Altrimenti il futuro, semplicemente, non arriva.