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Quo vadis, Orvieto? Oltre le scorciatoie politiche, il nodo della ex Piave

“Quo vadis, Orvieto? Quale futuro per la città? Iniziamo il confronto”. Non è solo il titolo di un’iniziativa, ma una domanda che torna a farsi urgente attorno a uno dei nodi irrisolti della storia recente della città: il destino dell’ex caserma Piave. Un patrimonio imponente, carico di memoria e potenzialità, che da oltre vent’anni attende una destinazione all’altezza del suo peso urbano, culturale e simbolico.

A rilanciare il tema è stata l’associazione orvietana Il Pensiero – Studium Civitatis, che ha presentato un opuscolo informativo dal titolo eloquente: “La caserma Piave. Un patrimonio in degrado che attende di diventare risorsa. A vent’anni dal business plan di Rpo Spa, un abbozzo di storia”. Curato dal professor Franco Raimondo Barbabella, ex-presidente di Risorse per Orvieto, il lavoro ricostruisce le tappe – e soprattutto gli stalli – di una vicenda che coincide in larga parte con la traiettoria della città stessa.

A distanza di vent’anni dall’approvazione del business plan di Rpo, avvenuta il 22 giugno 2005, la Piave resta un grande contenitore vuoto. Eppure, ricorda Barbabella, la sua nascita fu una scelta strategica decisiva per una Orvieto che doveva uscire dalla povertà e dalla marginalità: la caserma portò in città migliaia di persone, lavoro, indotto, relazioni. La sua dismissione, al contrario, non fu accompagnata da una visione altrettanto chiara, aprendo una lunga stagione di tentativi falliti, ipotesi abbozzate e occasioni mancate.

In questo quadro si inserisce anche la critica alle ricorrenti “uscite” politiche che ciclicamente tornano a proporre soluzioni estemporanee, come l’ipotesi di una Scuola di Polizia all’interno della Piave. “Una via già praticata e conclusa – osserva Barbabella – che non può avere riscontri reali. È una scorciatoia, spesso elettorale, che evita il vero nodo: pensare il futuro della città”.

Per Barbabella, il problema non è trovare un utilizzo qualsiasi, ma individuare una funzione coerente con il ruolo che Orvieto vuole giocare nel contesto regionale e nazionale. In questo senso resta sul tavolo il progetto del MOST – Museo in Orvieto dei Tesori Segreti, una proposta organica che punta a riportare alla luce il vasto patrimonio oggi invisibile, chiuso nei depositi dei grandi musei italiani. Un progetto che ha già conosciuto passaggi istituzionali rilevanti: approvato dal Consiglio comunale nel 2021, sostenuto all’unanimità dal Consiglio regionale nel 2023 e presentato al Ministero della Cultura, dove però la sua istruttoria sembra essersi fermata.

Intanto il tempo scorre e le ricorrenze si avvicinano. Nel 2027 cadranno i quarant’anni dalla legge speciale per la Rupe di Orvieto e il Colle di Todi; nel 2028 i cinquant’anni dalla prima legge speciale; nel 2030 il centenario della convenzione con l’Aeronautica Militare che diede avvio alla costruzione della Piave. Incastri della storia che, secondo Barbabella, dovrebbero imporre una riflessione non più rinviabile.

“Voglio rifarmi a Socrate – afferma –: io accetterò alla fine di un lungo ragionamento l’opinione che mi sia sembrata migliore”. È un invito esplicito a superare le contrapposizioni di parte e a tornare a un metodo: studiare, confrontarsi, progettare. Perché, come avverte Barbabella, “se la città non pensa al suo futuro oggi, semplicemente non avrà futuro”.

L’opuscolo presentato rappresenta solo un primo passo. Entro l’estate l’associazione conta di pubblicare un lavoro più ampio, corredato da planimetrie aggiornate e documentazione inedita, per rimettere al centro una questione che non riguarda solo un edificio, ma l’idea stessa di Orvieto. Sta ora alla politica, tutta, raccogliere l’invito e dimostrare che il futuro della città non può essere affidato né al caso né a soluzioni tampone, ma a una visione condivisa e duratura.