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La manifattura in Umbria si trasforma, meno imprese ma più solide e salari più alti

Nel terzo trimestre del 2025, il panorama economico dell’Umbria restituisce un’immagine complessa, dove la lettura superficiale dei dati quantitativi potrebbe trarre in inganno. Se è vero che oggi solo l’8,8% delle imprese regionali appartiene al comparto manifatturiero, segnando un indubbio arretramento del peso economico del settore, è altrettanto vero che la manifattura si conferma il motore centrale della creazione di valore in regione, aumentando la dimensione media delle aziende, rafforzando l’occupazione stabile e garantendo stipendi nettamente superiori alla media degli altri settori.

È quanto emerge dall’analisi dei report della Camera di Commercio dell’Umbria, che monitora l’andamento congiunturale attraverso i bilanci delle imprese, strumenti essenziali per cogliere le trasformazioni profonde del tessuto produttivo. Il calo numerico c’è ed è evidente, ma viene definito dagli analisti come coerente e governato, perfettamente in linea con le dinamiche nazionali che vedono una progressiva terziarizzazione dell’economia. L’Umbria, dunque, non rappresenta un’anomalia: la perdita di peso del manifatturiero è il riflesso di una trasformazione strutturale che tocca l’Italia. Nel confronto con il Centro Italia, la regione si posiziona in una fascia intermedia, con una terziarizzazione più marcata rispetto alle Marche ma meno accentuata rispetto alla Toscana. Un equilibrio che segnala una capacità di adattamento piuttosto che un declino irreversibile.

Il dato decisivo per comprendere lo stato di salute del settore non risiede però nel numero delle partite Iva, bensì nella ricchezza prodotta. I bilanci parlano chiaro: l’industria manifatturiera genera il 44% del valore aggiunto complessivo regionale prodotto dalle società di capitale. Un risultato che appare ancora più rilevante se confrontato con la media nazionale, ferma al 35,5%, e che allinea l’Umbria alle grandi regioni manifatturiere del Centro come Toscana e Marche. Sebbene negli ultimi anni il peso della ricchezza prodotta dalla manifattura sia sceso del 3,9%, un dato superiore alla media italiana, questa flessione va letta nel contesto del Centro Italia, che nel suo complesso mostra una tendenza alla deindustrializzazione più accentuata rispetto al resto del Paese.

Ciò che sta avvenendo è un vero e proprio cambio di scala. Nel decennio che va dal 2015 al terzo trimestre del 2025, il numero delle imprese manifatturiere umbre è sceso del 15%, passando da oltre ottomila a meno di settemila unità. Tuttavia, il calo degli addetti è stato molto più contenuto, fermandosi al 3,8%. Il risultato di questa forbice è una crescita della dimensione media aziendale del 12,2%, un tasso di crescita doppio rispetto alla media italiana. Ma l’indicatore forse più significativo della solidità acquisita riguarda la tipologia di lavoratori: a fronte della diminuzione delle imprese, i dipendenti non familiari sono cresciuti del 30,5%. È la fotografia di una manifattura che sta gradualmente abbandonando la micro-dimensione a gestione familiare per strutturarsi su basi più solide e manageriali. Questa maggiore strutturazione si riflette direttamente sulla qualità del lavoro e sulle retribuzioni. Nelle società di capitale dell’industria manifatturiera umbra, il costo medio annuo per addetto supera i 30.000 euro, contro i circa 23.000 euro degli altri settori dell’economia regionale. Un differenziale di oltre 7.000 euro annui che testimonia una maggiore produttività e una migliore qualità occupazionale.

A commento di questi dati, dalla Camera di Commercio arriva una lettura chiara delle sfide future, sottolineando la necessità di interpretare il cambiamento non come una crisi ma come un’evoluzione. I dati mostrano un’economia che sta cambiando assetto, non un settore che perde la propria funzione, si legge nella nota dell’Ente camerale. La manifattura umbra arretra nei numeri, ma continua a svolgere un ruolo rilevante nella creazione di valore e nella qualità dell’occupazione, all’interno di un sistema economico sempre più integrato. L’analisi prosegue evidenziando come industria, servizi, turismo e commercio non siano compartimenti separati, ma parti di uno stesso ecosistema che evolve.

Leggere correttamente queste dinamiche è essenziale per accompagnare le trasformazioni in atto e rafforzare la competitività complessiva del territorio, puntando su dimensione d’impresa, competenze e capacità di fare rete, ma anche sulla piena partecipazione alla transizione digitale ed ecologica, una dinamica storica nella quale occorre essere protagonisti, perché restarne fuori significa perdere progressivamente spazio, fino a rischiare l’estinzione.