Ci sono luoghi nei quali anche un cartello dovrebbe chiedere permesso prima di entrare. Non perché la segnaletica turistica non serva, non perché chi arriva a Orvieto non debba essere orientato, informato e accompagnato nella visita. Ma perché esistono monumenti davanti ai quali dovrebbe valere una regola semplice: tutto ciò che viene aggiunto deve rispettare la bellezza del luogo, non competere con essa.
La fotografia praticamente parla da solo. Al centro c’è il Duomo di Orvieto, uno dei simboli della città, della sua storia e della sua identità. Intorno ci sono pietre, marmi, decorazioni, sculture, secoli di arte e di lavoro umano. E proprio davanti a questa straordinaria stratificazione compaiono due strutture per la segnaletica turistica che irrompono in scena, interrompendo e modificando la percezione di uno spazio che, per sua natura, dovrebbe parlare prima di tutto attraverso il monumento.
Non è in discussione l’utilità della segnaletica. È in discussione il modo in cui la si è pensata e collocata. Anche Franco Raimondo Barbabella, dopo aver visto le immagini, ha parlato di una scelta “inaccettabile” e si è posto una domanda che va oltre il semplice giudizio estetico: “siamo arrivati al punto in cui le esigenze della gestione turistica possono prevalere sull’integrità e sul significato del monumento?”.
È una domanda scomoda, ma giusta.
C’è il rischio concreto che, nel nome dell’accoglienza si finisca per dimenticare una cosa essenziale: il turista viene a Orvieto per vedere il patrimonio artistico, non ciò che noi abbiamo deciso di aggiungergli intorno.
Cartelli, mappe e indicazione servono ma se questo significa introdurre elementi che intaccano l’unicità dell’opera d’arte allora qualcosa si è rovesciato. La città vive di questo delicatissimo equilibrio e il suo successo non è legata alla quantità delle persone ma alla qualità altissima di ciò che offre. Il Duomo non è una quinta scenografica o un fondale sul quale sistemare ogni volta ciò che serve a organizzare i flussi. È il bene intorno al quale quel flusso turistico esiste. E’ possibile che non esisteva una soluzione più discreta e rispettosa?
Barbabella parla di una “indebita superfetazione” e sostiene che le esigenze contingenti non possano piegare la salvaguardia di un bene culturale. È una posizione netta, ma richiama un principio che dovrebbe essere patrimonio comune: quando si interviene accanto a un monumento di valore eccezionale, il criterio non dovrebbe essere semplicemente quello della funzionalità. Dovrebbe essere quello della compatibilità. Per comprendere se qualcosa è compatibile significa domandarsi se visivamente e culturalmente quella “nuova” presenza sia coerente e non disturbi inutilmente.
Una città d’arte non è un presepe fermo, immobile anzi deve innovarsi e migliorare, dotarsi di una segnaletica moderna e multilingue, può anche sperimentare ma senza dimenticare che ogni elemento contemporaneo inserito in un contesto storico lascia una traccia, lo cambia e non deve stonare. E davanti al Duomo quella traccia dovrebbe essere il più possibile discreta.
Il problema, allora, non è un cartello. È una mentalità. È l’idea che tutto ciò che si pensa utile sia automaticamente legittimo. Che il patrimonio debba adattarsi alle esigenze organizzative. Assolutamente no, siamo noi a doverci adattare ad un’eredità che ci rende unici, depositari della grande bellezza.
Questo vale ancora di più per il Duomo di Orvieto, che non è soltanto un’attrazione turistica ma soprattutto un’opera che racchiude prima di tutto spiritualità, arte, storia e architettura. È uno dei simboli della cristianità.
Criticare e dissentire non significa demonizzare chi ha progettato la segnaletica e nemmeno sostenere che ogni elemento moderno debba essere bandito dal centro storico. Significa chiedere sommessamente ma fermamente su non fosse possibile fare meglio altrimenti dalla grande bellezza è scontato il passo verso la grande…bruttezza.
Questa spesso, troppo spesso si presenta silenziosa attraverso tante piccole aggiunte considerate innocue: un pannello, un’insegna, una struttura, un arredo, un elemento provvisorio che poi diventa permanente. Poi, un giorno, ci si ferma a guardare e ci si accorge che il paesaggio è cambiato.
È questa la grande bruttezza: non quella che scandalizza immediatamente, ma quella alla quale finiamo per abituarci.
E allora sarebbe ancora possibile fermarsi, guardare quella fotografia e fare un passo indietro. Chiedersi se non esista un’alternativa. L’accoglienza turistica non può essere una gara a riempire gli spazi di informazioni. La vera qualità dell’accoglienza sta anche nella capacità di lasciare spazio al monumento.
Nell’intera piazza del Duomo di Orvieto, più che aggiungere, forse sarebbe il momento di sottrarre ciò che disturba. Ridurre ciò che invade. Rendere discreto ciò che serve, perché sia il monumento a restare visibile.
Il Duomo non appartiene a chi oggi lo amministra, a chi oggi lo tutela e nemmeno a chi oggi lo visita. Appartiene alla storia di Orvieto e, in una dimensione più grande, a tutti.