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Orvieto ha bisogno di progetti altrimenti il futuro non arriva

La politica locale continua ad accapigliarsi sulle mail private e pubbliche sui social, sui cambi di maggioranza, sui rimpasti di giunta e sugli equilibri interni ai partiti. Tutto legittimo ma c’è un problema: mentre il dibattito politico si concentra sempre più spesso sul presente immediato, la città si avvicina a un 2027 che rischia di essere molto più complicato di quanto si voglia ammettere.

Ci sono questioni che non aspettano i prossimi congressi, le prossime candidature o il prossimo regolamento di conti. La banca con sede ancora a Orvieto sta per cambiare proprietario. La Fondazione Cassa di Risparmio di Orvieto, che rappresenta uno dei soggetti territoriali più importanti e ancora socio di minoranza della SpA, finora non ha detto pubblicamente quale sia la sua posizione sul futuro dell’istituto. Eppure non stiamo parlando di una società qualunque: ci sono lavoratori, filiali, imprese, famiglie che dovrebbero interessare chiunque abbia a cuore il futuro economico della città.

Poi c’è la demografia. L’Umbria continua a perdere popolazione e il fenomeno non riguarda soltanto Orvieto.  L’Umbria ogni anno, come ha certificato l’stat perde terreno e ha un forte calo della natalità. E Orvieto, dentro questa dinamica, è fra le più colpite.

Il centro storico mostra un altro segnale che dovrebbe preoccupare: troppe vetrine vuote, troppi fondi commerciali che rimangono sfitti. E non è soltanto una questione estetica e di decoro urbano.  Gli affitti sono totalmente incompatibili con la reale domanda della città che è sì turistica ma non ai livelli di comuni ben più blasonati.  Se il commercio tradizionale arretra ed è sempre più dipendente dal turismo, che tra l’altro non sfonda i 2 giorni di permanenza media; se non riesce a trasformare le presenze in nuova residenzialità, occupazione e attività economiche stabili, allora il problema diventa strutturale.

E non finisce qui.

C’è il capitolo dei servizi, che per una città che vuole fermare lo spopolamento è una priorità assoluta. Orvieto ha avuto per decenni un vantaggio competitivo evidente: la posizione geografica e soprattutto il collegamento ferroviario con Roma. Quella condizione ha consentito a molti di vivere a Orvieto lavorando nella capitale e, in alcuni periodi, ha contribuito anche ad attrarre nuovi residenti. Oggi quel vantaggio è svanito per l’assottigliarsi dei collegamenti ferroviari.

La questione è diventata più complessa, tra lavori, modifiche al modello di esercizio, treni sulla direttissima e difficoltà quotidiane dei pendolari. Non è vero che sulla rete umbra non si stia investendo ma a Orvieto non se ne vedono i vantaggi, solo i transiti anche rumorosi.  La Regione ha aperto un confronto con Rfi, Trenitalia, Lazio e Toscana proprio sul modello di esercizio della direttissima e nel 2026 sono state assunte iniziative specifiche per mantenere i collegamenti con Roma. Ma gli equilibri sono fragili e Orvieto è troppo spesso fuori dai giochi a vantaggio di Terni, Foligno, Spoleto e Perugia.

Il tema non è avere semplicemente qualche treno in più. È poter contare su un sistema di mobilità che renda ancora conveniente vivere qui, lavorare qui o scegliere questa città come alternativa alla grande area metropolitana romana. Perché se anche questo vantaggio viene progressivamente eroso, con quali strumenti Orvieto dovrebbe convincere una famiglia a trasferirsi? Con quali servizi dovrebbe trattenere i giovani? Con quale prospettiva dovrebbe convincere un’impresa ad aprire o a investire?

Ed è qui che arriva la domanda più difficile: di chi è la responsabilità?

Non si può addossare la croce ad una sola amministrazione perché il depauperamento e l’impoverimento dei servizi viene da molto lontano. Una gran parte della responsabilità è inevitabilmente regionale, perché molte delle scelte che incidono sulla vita quotidiana di Orvieto vengono prese a Perugia: trasporti, sanità, programmazione territoriale, infrastrutture, servizi. Ma una parte della responsabilità è anche locale, perché un territorio non può aspettare che siano sempre gli altri a decidere il proprio futuro.

E forse proprio qui sta uno dei problemi più grandi di Orvieto: la difficoltà, ormai storica, di avere un peso politico regionale adeguato alle esigenze della città. Da troppo tempo Orvieto è considerata periferia di qualcosa invece che una parte strategica dell’Umbria. Una città importante per il turismo, certamente, ma non soltanto una città turistica. Dovrebbe essere considerata, anche per la sua posizione, per il rapporto con Roma, per il patrimonio culturale, per il sistema produttivo, per le sue potenzialità logistiche e per la capacità di attrarre nuovi residenti, la vera porta dell’Umbria.

Il confronto con altri territori umbri dovrebbe servire proprio a questo. Non a fare una classifica politica, ma…Come non pensare agli sponsor trasversali che ha Narni, ad esempio, sul nuovo ridondante e costoso ospedale e due passi da quello di Terni.

È qui che la politica orvietana dovrebbe interrogarsi.

Non soltanto su chi entra o esce da una maggioranza. Non soltanto su quale partito guadagna un consigliere o su quale gruppo perde un pezzo. Ma su quale sia la forza reale della città quando deve chiedere qualcosa a Perugia, a Roma o a chiunque abbia il potere di decidere.  Altrimenti si rischia di dar ragione ad un vecchio proverbio siciliano, “mentri ‘u medicu studìa, ‘u malatu si nni va”: mentre il medico studia il caso il malato se ne va. Il rischio, altrimenti, è che il territorio continui lentamente a perdere pezzi.

Il 2027 dovrebbe essere l’anno in cui questa discussione finalmente cambia livello. Non servono promesse miracolose. Servono priorità, progetti, interlocutori capaci di portarli ai tavoli giusti e soprattutto una classe politica locale e regionale disposta a misurarsi sui risultati. Perché una città non si salva con le polemiche, con le maggioranze che cambiano o con le guerre interne ma se riesce ancora a immaginare un futuro e, soprattutto, se trova qualcuno disposto a costruirlo.

E il tempo per farlo, a Orvieto come in gran parte dell’Umbria, non è infinito.