Il 4 novembre 2026, Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, per Orvieto è stato soprattutto il giorno del lutto, del raccoglimento, dell’ultimo saluto al sergente maggiore Claudio Marchesi. Un uomo, prima ancora che un militare. Un figlio, un fratello, un compagno. Una vita spezzata tragicamente durante una missione internazionale di pace in Bosnia-Erzegovina, dove aveva portato la propria professionalità, la passione per il volo e il senso profondo di appartenenza all’Esercito italiano.
Orvieto lo ha salutato come si salutano le persone alle quali si vuole bene. Senza clamore, senza parole superflue, con una partecipazione sincera, fatta di presenze, di sguardi, di silenzi.
Fin dalla mattinata, nella camera ardente allestita nella sala consiliare del Comune, si è rinnovato l’omaggio dei cittadini e delle autorità. Un passaggio composto, rispettoso, quasi un bisogno collettivo di esserci, di manifestare vicinanza a una famiglia colpita da un dolore che non conosce consolazione.
Poi il pomeriggio, quello dell’ultimo viaggio.
Il corteo funebre si è mosso da piazza della Repubblica per raggiungere piazza Duomo. Ad attendere il feretro, il picchetto militare, la rappresentanza della Croce Rossa e tanti cittadini comuni. Uomini e donne che hanno voluto esserci, accompagnando con la propria presenza il ritorno di Claudio nel luogo più rappresentativo della sua città.
Nessuna manifestazione di dolore appariscente. Piuttosto quella compostezza che appartiene ai momenti nei quali la commozione è così grande da rendere quasi impossibile trovare le parole.
Dentro il Duomo, un silenzio profondo, attraversato dalla preghiera, dalla partecipazione dell’assemblea, dalle lacrime di chi non riusciva a trattenerle. Al centro il feretro di Claudio Marchesi, avvolto nel tricolore. Una bandiera che per lui non rappresentava soltanto il simbolo di una nazione, ma il significato stesso di una scelta di vita.
E poi la sua famiglia.













Forse è stata proprio questa l’immagine più forte, più dolorosa e insieme più bella nella sua straordinaria umanità. Una famiglia unita, sempre vicina, sempre con lo sguardo rivolto verso Claudio. Una compostezza che non nascondeva il dolore, ma lo rendeva ancora più percepibile, più insostenibile.
Gli occhi lucidi, gli abbracci, quella vicinanza quasi a volersi sostenere reciprocamente davanti a qualcosa di troppo grande per essere affrontato da soli.
Non c’è nulla di più innaturale per un genitore che dover salutare per sempre un figlio. Lo ha ricordato il vescovo nelle prime parole della sua omelia.
“Quando la morte di un giovane irrompe in una casa e ne stravolge la vita, manca il respiro. Per un genitore, sopravvivere alla scomparsa di un figlio è un’ingiustizia impossibile da sopportare”.
Parole che sono arrivate dirette al cuore dei presenti.
Ma l’omelia non si è fermata al dolore. Non è stata una successione di formule rituali o di espressioni di circostanza. È diventata il racconto di una vita, di un ideale, di una scelta. Quella di Claudio, che aveva fatto dell’Esercito una seconda famiglia.
Il vescovo ha ricordato la missione in Bosnia, una terra nella quale la pace, a trent’anni dalla conclusione del conflitto, rimane un equilibrio delicato. Ha parlato di chi sceglie di servire il proprio Paese lontano da casa, contribuendo a custodire quella stabilità che troppo spesso noi, lontani, consideriamo acquisita.
E ha richiamato le parole del Vangelo.
“Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”.
Quella beatitudine, ha sottolineato, disegna fedelmente il profilo del sergente Claudio, “appassionato del volo, che un tragico destino ha strappato alla vita nel fiore degli anni”.
È qui che il racconto di una tragedia individuale ha incontrato una riflessione più grande. Quella sul significato della pace, sulla fragilità degli equilibri internazionali, che mai come oggi sono messi a dura prova; sul sacrificio di uomini e donne che indossano una divisa e svolgono il proprio servizio in territori segnati dalle ferite della guerra.
“L’assurda violenza dei conflitti rende il prezzo della pace altissimo. Un tributo amaro, come le lacrime che bagnano questa bara avvolta dal tricolore”.
Forse proprio qui si racchiude il senso più profondo della giornata.
Il prezzo della pace. Un’espressione che siamo abituati ad ascoltare nei discorsi ufficiali. Ma che davanti alla bara di un giovane militare, agli occhi di suo padre e di sua madre, della sua compagna, dei suoi fratelli e sorelle, assume improvvisamente un significato concreto e terribile.
Sì, quel prezzo ha un nome: Claudio.
Quel prezzo ha il volto di una famiglia che, nel pieno di una tragedia, ha saputo trasmettere una dignità capace di commuovere un’intera comunità.
Poi, al termine della celebrazione, quando sembrava che il dolore avesse già trovato tutte le sue espressioni, sono arrivati i momenti forse più toccanti.
Prima il saluto del “suo” comandante. Non soltanto il congedo di un superiore a un militare, ma il momento in cui il legame tra uomini che condividono una professione, un ideale e un forte senso di appartenenza si è manifestato in tutta la sua dimensione umana.
Poi la sorella di Claudio.
Ed è stato impossibile non lasciarsi attraversare dalla commozione. Perché dietro il grado, la divisa, gli onori militari e il solenne cerimoniale c’era sempre lui, Claudio. Il fratello, il figlio, l’uomo amato dalle persone che lo avevano accompagnato nella vita.
In quei momenti la distanza tra l’ufficialità della cerimonia e l’intimità del dolore familiare è sembrata scomparire.
La commozione ha raggiunto tutti. I familiari, gli amici, i cittadini. Anche tanti uomini e donne in divisa non sono riusciti a trattenere le lacrime.
E non c’era nulla di più naturale.
Perché chi sceglie la vita militare conosce il significato della disciplina, del servizio e del dovere, ma conosce anche quello dell’amicizia, della lealtà e della fratellanza. E quando si perde un compagno, l’uniforme non può celare il dolore.
Orvieto, in questa giornata così particolare, ha saputo raccogliersi attorno alla famiglia Marchesi. Lo ha fatto con rispetto, con partecipazione, con quella discrezione che rende autentica la vicinanza nei momenti più difficili.
L’ultimo saluto. Un grande applauso, intenso, carico di emozione, ha accompagnato Claudio. Un applauso che non aveva nulla della celebrazione, ma tutto della gratitudine, del rispetto e dell’affetto. Era il modo con cui la città voleva dirgli ancora qualcosa, quando ormai le parole non bastavano più.
Un ultimo ringraziamento. Un ultimo abbraccio.
Resteranno le immagini di questo 4 novembre. Il corteo nel cuore della città, il Duomo raccolto nel silenzio, il tricolore, le lacrime dei militari. Resterà soprattutto quella famiglia unita, con gli occhi rivolti verso Claudio, quasi a non voler interrompere il legame con lui. Il 4 novembre Orvieto ha salutato un militare caduto durante una missione internazionale. Ma soprattutto ha salutato Claudio, uno dei suoi figli.
E terminato l’ultimo applauso, è rimasto il silenzio.
Quello di una città che aveva ancora tante cose da dirgli. E che, non potendo più farlo, ha scelto semplicemente di essergli vicina, fino all’ultimo
E resteranno le parole del vescovo, quelle che hanno accompagnato il dolore verso una dimensione più grande, ricordando che la pace non è un dono scontato.
“Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”.
Per le foto si ringraziano i colleghi Monica Riccio e Claudio Lattanzi