Un viaggio per immagini che attraversa continenti, incontra popoli e tradizioni e svela quanto di ciò che consideriamo parte della nostra identità alimentare sia in realtà il risultato di scambi, contaminazioni e relazioni tra culture lontane. È questo il filo conduttore di “Connessioni alimentari: le radici di un patrimonio”, la mostra fotografica che sarà ospitata dall’11 al 21 novembre nell’Atrio di Palazzo dei Sette a Orvieto, nell’ambito delle Giornate di Gastrosofia 2026.
L’iniziativa è promossa dall’Associazione “Pier Luigi Leoni” – Cenacolo Gastrosofico d’Italia, in collaborazione con l’associazione “The Photo Circle” e il Comune di Orvieto, con il patrocinio dell’Università per Stranieri di Perugia e il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Orvieto.
A dare forma a questo particolare racconto del rapporto tra cibo, identità e globalizzazione sono gli scatti di tre fotografe, Roberta Cotigni, Noemi Morelli e Luciana Trappolino, protagoniste di un percorso espositivo nel quale ogni fotografia dialoga con la successiva, costruendo una narrazione che supera confini geografici e culturali.
L’inaugurazione è in programma mercoledì 11 novembre alle ore 17, alla presenza di Dante Freddi, presidente dell’Associazione “Pier Luigi Leoni”, Aldo Izzo, curatore della mostra, Roberta Cotigni, presidente di “The Photo Circle” e fotografa, e delle altre due autrici, Noemi Morelli e Luciana Trappolino.
“Pensiamo di essere identitari a tavola – affermano gli organizzatori – ma basta seguire il filo di un alimento per scoprire che il cibo non ha confini”.
È proprio da questa considerazione che prende forma la narrazione fotografica. Il punto di partenza è un gesto apparentemente banale: un bambino che mangia una banana in Europa. Un’immagine familiare, che diventa però la porta d’ingresso di un viaggio molto più vasto, alla scoperta delle origini e dei percorsi degli alimenti.
“Questa mostra è un viaggio fotografico in cui ogni immagine nasce dalla precedente, come in una catena di scambi che attraversa continenti e culture”.
Il racconto si sviluppa così tra paesaggi, mercati, animali e scene di vita quotidiana. Dall’Indonesia ai mercati africani dell’Angola, della Costa d’Avorio e dell’Etiopia, le fotografie seguono il percorso dei prodotti alimentari, mostrando come ingredienti provenienti da terre lontane siano diventati elementi caratteristici di cucine e tradizioni locali.
Il pepe, per esempio, attraversa idealmente i continenti per ritrovarsi nella lavorazione del maiale in Italia. Un ingrediente di origine lontana che contribuisce a definire un sapore oggi percepito come profondamente tradizionale.
Da una bruschetta con la salsiccia il percorso conduce all’olio, ai luoghi della sua produzione e agli uliveti della Grecia, richiamando le radici comuni della cultura alimentare mediterranea.
Il viaggio prosegue attraverso il mercato del pesce in Angola, le piantagioni di tè del Vietnam e una tazza di tè in Nepal. Immagini che mettono in relazione gesti quotidiani compiuti a migliaia di chilometri di distanza e che, attraverso un alimento, finiscono per raccontare un patrimonio di abitudini condivise.
A collegare idealmente questi mondi è anche il miele, ingrediente presente in culture e tradizioni differenti. Un vasetto di miele cinese, fotografato all’interno di un bar davanti a una cartina geografica, diventa una delle immagini simbolo dell’esposizione.
“Un’immagine di vita quotidiana che racchiude il senso dell’intero percorso: l’unico sovrano del cibo è il mondo stesso. Da lì seguiamo la produzione del miele fino alle api che lavorano sulla cera, simbolo di una comunità che costruisce insieme”.
Anche le scelte di allestimento contribuiscono a rafforzare il messaggio della mostra. Le fotografie vengono infatti presentate all’interno di buste trasparenti che richiamano il confezionamento sottovuoto, utilizzato per la conservazione e il trasporto degli alimenti.
Una soluzione espositiva che assume un significato simbolico, evocando il viaggio delle merci e la lunga strada che spesso separa il luogo di produzione da quello del consumo.
“Come il cibo viaggia protetto da un continente all’altro – spiegano gli organizzatori – così queste immagini viaggiano nello spazio della mostra, ricordandoci quanta strada percorre ciò che arriva nel nostro piatto”.
Il messaggio finale è un invito a guardare alle tradizioni alimentari non come patrimoni chiusi e immutabili, ma come il risultato di una storia collettiva, costruita attraverso relazioni, conoscenze e contaminazioni culturali.
“Ogni scatto ci mostra che ciò che mangiamo è circolare e arriva, spesso, da altre culture e da altri paesi. Il cibo non appartiene a un solo popolo né a una sola tradizione: è inclusività, incontro, patrimonio condiviso. Non esiste un ‘sovranismo alimentare’, esiste una grande tavola comune di cui siamo tutti ospiti”.
Una riflessione che trova nella fotografia il linguaggio per rendere visibile ciò che spesso dimentichiamo davanti a un piatto: dietro ogni ingrediente esiste una storia fatta di luoghi, persone, viaggi e incontri.
La mostra “Connessioni alimentari: le radici di un patrimonio” resterà visitabile nell’Atrio di Palazzo dei Sette fino a sabato 21 novembre, offrendo al pubblico delle Giornate di Gastrosofia 2026 un’occasione per interrogarsi sul rapporto tra alimentazione, cultura e identità.