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Cultura l’Umbria riempie i cartelloni ma fatica a creare lavoro stabile

L’Umbria è una delle regioni più vivaci sul piano dell’offerta culturale, ma quando si passa dai palcoscenici ai bilanci emerge una realtà più complessa. Dopo il rapporto Siae, diffuso nei giorni scorsi dalla Camera di Commercio dell’Umbria e che ha certificato il primato nazionale per numero di spettacoli in rapporto alla popolazione, il nuovo rapporto “Io sono Cultura 2026” fotografa il peso economico della filiera culturale e creativa, mettendo in luce un sistema ricco di iniziative ma ancora poco strutturato sotto il profilo produttivo e occupazionale.

Il documento, realizzato da Fondazione Symbola, Unioncamere, Centro Studi Guglielmo Tagliacarne e Deloitte con il patrocinio del Ministero della Cultura, evidenzia come nel 2025 il sistema produttivo culturale e creativo umbro abbia generato 1,105 miliardi di euro di valore aggiunto e garantito occupazione a 19.081 persone. Numeri importanti, ma inferiori alle performance registrate a livello nazionale.

Crescita più lenta rispetto all’Italia

Nel 2025 il valore aggiunto del comparto è aumentato dell’1,4%, mentre l’occupazione è cresciuta dello 0,9%. In Italia gli stessi indicatori hanno invece fatto segnare rispettivamente un +3,3% e un +1,7%.

Anche il peso del settore sull’economia regionale rimane contenuto. La cultura rappresenta infatti il 4,4% del valore aggiunto dell’Umbria, contro il 5,7% della media nazionale e il 6,8% delle regioni del Centro Italia.   Anche sul fronte occupazionale la situazione è simile cin il comparto che assorbe il 4,8% degli addetti regionali, contro il 5,7% nazionale.

Il primato degli spettacoli non basta

La lettura del rapporto completa quanto già emerso dall’analisi della Camera di Commercio dell’Umbria basata sui dati Siae. Nel 2025 la regione ha ospitato 66.710 spettacoli, con 3,57 milioni di presenze e 78,3 eventi ogni mille abitanti, il valore più elevato d’Italia.

Il problema è che questa straordinaria vivacità culturale non si traduce nella stessa misura in ricchezza economica. La spesa complessiva del pubblico si è infatti fermata a 45,17 milioni di euro, in calo del 2,2%, mentre nel resto del Paese è aumentata del 7%. Ogni spettatore ha speso mediamente 12,66 euro, ben al di sotto dei 16,99 euro registrati a livello nazionale.

In altre parole, l’Umbria organizza molti eventi, ma riesce ancora con difficoltà a trasformare questa offerta in imprese solide, servizi innovativi e occupazione stabile.

Perugia traina, Terni segue

La produzione economica della cultura si concentra soprattutto nella provincia di Perugia, che genera 888 milioni di euro di valore aggiunto e occupa 14.963 addetti. Alla provincia di Terni spettano invece 217 milioni di euro e 4.118 lavoratori.  Oltre l’80% della ricchezza culturale regionale viene quindi prodotta nel territorio perugino, mentre la distribuzione degli spettacoli resta molto più diffusa e capillare sull’intero territorio umbro.

Editoria e spettacolo trainano il settore

L’analisi della composizione della filiera evidenzia come l’Umbria continui a poggiare soprattutto sui comparti tradizionali.

L’editoria e la stampa rappresentano il 26,7% del valore aggiunto, ben oltre la media nazionale del 17,3%. Anche le arti performative e visive incidono più della media italiana (12,5% contro il 10,1%), così come il patrimonio storico e artistico.  Si tratta però di attività spesso caratterizzate da una forte stagionalità e da una produzione legata ai singoli eventi, con difficoltà a garantire continuità economica durante tutto l’anno.

Il nodo del digitale

Il vero ritardo emerge invece nei settori a maggiore crescita.  Software, videogiochi e servizi digitali rappresentano appena il 14,4% del valore aggiunto del core cultura umbro, contro il 27,8% della media nazionale. Anche l’occupazione nel comparto digitale resta decisamente inferiore rispetto al resto del Paese.

Secondo il rapporto è proprio qui che si gioca una delle principali sfide future: utilizzare le tecnologie per prolungare la vita economica di festival, archivi, musei ed eventi, creare nuovi prodotti culturali esportabili e raggiungere nuovi pubblici.

Molte associazioni, poche imprese strutturate

Il sistema culturale umbro conta 3.936 imprese del settore e 553 organizzazioni non profit.

La presenza del volontariato e del terzo settore è particolarmente significativa e contribuisce a spiegare la diffusione degli eventi sul territorio ma, allo stesso tempo, evidenzia una struttura economica più fragile rispetto ad altre regioni, con una minore presenza di imprese capaci di generare investimenti e occupazione stabile.

Lavoro creativo ancora precario

Nel settore culturale italiano oltre un terzo degli addetti lavora come autonomo, mentre nelle attività del Core Cultura la quota sale a quasi il 50%. Nei comparti delle arti performative e del patrimonio storico, particolarmente rappresentati in Umbria, risultano ancora molto diffusi contratti a termine, part-time e incarichi legati ai singoli progetti.  Dietro il numero degli occupati si nasconde quindi una realtà fatta spesso di redditi discontinui e percorsi professionali difficili da consolidare.

La sfida è trasformare gli eventi in sviluppo

Mettendo insieme il rapporto Siae e “Io sono Cultura 2026” è chiaro il punto debole del comparto in Umbria.   C’è una rete straordinariamente diffusa di eventi che arrivano a coprire anche piccoli comuni e borghi ma ancora manca una filiera economica strutturata che riesca a trasformare la forte presenza delle imprese in occupazione qualificata, valore aggiunto e innovazione.  

La vera sfida non è quindi aumentare il numero degli spettacoli, ma fare in modo che il lavoro, le competenze e i ricavi prodotti dalla cultura continuino a generare sviluppo anche quando si spengono le luci del palcoscenico.