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L’Umbria resiste ma rallenta, CNA chiede nuove politiche industriali

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Il nuovo report congiunturale di CNA Umbria, realizzato dal centro studi Sintesi, presenta un’economia umbra che resiste, ma continua a viaggiare ad un ritmo più lento della media nazionale. Il rapporto presenta alcuni segnali positivi dal Pin agli investimenti fino al turismo ma anche criticità che riguardano soprattutto consumi, credito alle imprese e numero delle attività.  “Tutto sommato l’Umbria sta dimostrando di riuscire a resistere, pur tra mille difficoltà, nella difficile congiuntura economica che il Paese e l’Europa stanno attraversando ma, purtroppo, si conferma una regione che procede a ritmi inferiori rispetto alla media dell’Italia”. A dirlo è Roberto Giannangeli, direttore regionale della CNA, secondo il quale la situazione richiede “nuove politiche industriali regionali” capaci di stimolare il sistema e una strategia che sappia “agganciare il futuro dell’Umbria a quello, più ampio, del Centro Italia”.

Le proiezioni elaborate nei mesi scorsi lasciavano intravedere uno scenario più difficile di quello poi restituito dai dati effettivi. Tuttavia, sottolinea Giannangeli, il quadro conferma un rallentamento dell’economia regionale e soprattutto una performance inferiore rispetto alla media italiana e, in maniera ancora più marcata, rispetto alle regioni economicamente più sviluppate.

Tra gli elementi positivi c’è innanzitutto il Pil, cresciuto dello 0,5%, contro lo 0,7% registrato a livello nazionale. Anche il turismo conferma un andamento positivo: a giugno 2026 la crescita rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente è stata del 7,1%, anche se inferiore al dato italiano dell’11,1%.

Un risultato che, secondo la CNA, deve però essere letto alla luce del rallentamento registrato durante il periodo estivo, soprattutto sul fronte delle presenze straniere. Tra le possibili cause vengono indicate le conseguenze dei rincari dei biglietti aerei e le incertezze legate ai collegamenti internazionali e anche i lavoro ferroviari che hanno penalizzato fortemente la direttrice di Perugia.

Positivo anche il dato degli investimenti, cresciuti di 2,3 punti percentuali, a un livello di poco inferiore alla media nazionale del 2,5%. Sul fronte dell’occupazione, invece, le previsioni indicano una crescita che potrebbe arrivare al 3,9% a fine 2026 rispetto all’anno precedente.

Anche l’export registra un incremento, seppure contenuto: +0,6%, contro il +4,5% della media italiana. Secondo il report, il dato è legato anche alla diversificazione di alcuni mercati di riferimento da parte delle imprese umbre. La crescita è stata trainata soprattutto dai mezzi di trasporto e dal sistema moda, mentre hanno registrato una contrazione le esportazioni di macchinari e prodotti agroalimentari.

Infine, sul fronte dell’inflazione, l’Umbria registra un incremento dell’1,3%, contro il 2,3% nazionale. Un dato che, osserva Giannangeli, non sembra però coincidere completamente con la percezione delle famiglie.  “Abbiamo l’impressione che la percezione degli umbri quando si recano alla pompa del carburante o al supermercato è sicuramente peggiore rispetto ai dati reali”, osserva il direttore regionale della CNA.

Accanto ai segnali positivi, il report mette però in evidenza una serie di elementi di preoccupazione. A partire dai consumi, che a giugno 2026 hanno fatto registrare una crescita dello 0,8%.  “Quello che più preoccupa è che dal 2022 ad oggi, mentre in Italia aumentavano di oltre 10 punti, in Umbria si sono fermati a +6,7%”, sottolinea Giannangeli.

Secondo la CNA, a pesare sono diversi fattori: la bassa redditività delle imprese, livelli salariali inferiori rispetto al resto del Paese e un’elevata tassazione locale.  “Infatti, oltre al recente aumento dell’Irpef regionale, incidono negativamente anche le alte tariffe per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani e le addizionali sull’imposta sul reddito delle persone fisiche applicate da molti Comuni”, aggiunge Giannangeli.

Altro elemento di criticità è rappresentato dal credito alle imprese, diminuito di un ulteriore 0,7% rispetto all’anno precedente. La contrazione complessiva nell’arco del quinquennio arriva così al 9%, con punte che raggiungono il 30% nel caso delle micro imprese.  “Purtroppo in Umbria scontiamo l’assenza di misure di accompagnamento di questo segmento di imprese, a differenza di quanto accade, per esempio, nelle Marche e in Toscana”, afferma il direttore regionale della CNA.

Il terzo elemento di preoccupazione riguarda il numero delle imprese attive, in calo ormai da tre trimestri consecutivi. Il dato peggiore è quello registrato a giugno 2026, con una diminuzione dell’1%. Nel complesso, tra il 2021 e il 2026 il numero delle imprese è diminuito del 4,2%, con una tendenza particolarmente negativa nell’artigianato.

Un dato che, tuttavia, la CNA invita a leggere anche alla luce dell’andamento dell’occupazione. “È un dato che ci preoccupa meno, perché se confrontato con l’aumento del numero di occupati ci dimostra che evidentemente le imprese hanno raggiunto una dimensione media maggiore”, spiega Giannangeli.

Il risultato, dunque, è quello di una regione che mantiene una certa capacità di tenuta, ma che mostra un passo più lento rispetto al resto del Paese e deve affrontare alcune criticità strutturali.

“Insomma questi dati ci dicono che l’Umbria resiste pur tra notevoli difficoltà”, sintetizza Giannangeli. Da qui la richiesta alla Regione di intervenire con nuove politiche industriali e fiscali e di accelerare su una serie di riforme che, secondo la CNA, non possono essere ulteriormente rinviate.  Sullo sfondo c’è già la prossima programmazione dei fondi strutturali europei 2028-2034, che rappresenterà uno dei principali banchi di prova per il sistema regionale nei prossimi anni.  “Stavolta, più che in passato, rappresenterà un vero e proprio banco di prova con il quale ci dovremo misurare nei due anni a venire”, sottolinea Giannangeli.

La CNA guarda inoltre a una dimensione territoriale più ampia e rilancia la proposta di costruire un patto tra Umbria, Lazio, Toscana, Marche e Abruzzo.

“Abbiamo già lanciato la proposta di siglare un patto con il Lazio, la Toscana, le Marche e l’Abruzzo, perché in un’Europa che sta cambiando molto velocemente sarà sempre più difficile affrontare le sfide in solitudine”, conclude Giannangeli.