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CariOrvieto, il futuro si decide a settembre. Ma cosa resterà a Orvieto?

Immagine generata con IA

Il caldo dell’estate sta allentando la presa e, mentre Orvieto torna lentamente alla normalità, si avvicina anche il momento della verità per la Cassa di Risparmio di Orvieto. La data room è aperta e la partita per la cessione dell’istituto è ormai entrata nella fase decisiva. Le offerte vincolanti sono previste per il 18 settembre.

I nomi che continuano a circolare sono quelli di UniCredit, Banco Desio, CF+ e della possibile soluzione Crédit Agricole-Credem. Proprio quest’ultima, secondo i rumors di mercato, sarebbe tra le ipotesi considerate con maggiore interesse, per la capacità finanziaria del gruppo,  per le prospettive industriali che potrebbe offrire alla Cassa e per l’integrazione della rete con rare sovrapposizioni territoriali. Ma al di là dei nomi e del prezzo, c’è una domanda che a Orvieto sarebbe forse il momento di cominciare a porsi con maggiore attenzione: che cosa resterà di CariOrvieto dopo la vendita?

Perché il risiko bancario italiano sta dimostrando una cosa molto semplice: il tempo delle banche locali, intese come istituti realmente autonomi e completamente legati al proprio territorio, è ormai alle spalle. Lo dimostra proprio la gigantesca partita che riguarda il Monte dei Paschi di Siena. L’operazione prospettata da Intesa Sanpaolo prevede una complessa riorganizzazione nella quale il marchio MPS, circa 635 filiali e gran parte delle strutture centrali verrebbero trasferiti a un’entità bancaria autonoma destinata a Unipol, mentre Intesa manterrebbe un’altra parte della rete. Una soluzione costruita anche per affrontare preventivamente le questioni antitrust. E soprattutto, nel caso di MPS, il marchio e la sede di Siena non sono affatto dati per scomparsi: il presidente di Unipol Carlo Cimbri ha ribadito ad agosto l’intenzione di mantenere a Siena la sede principale.

Il precedente, quindi, è forse ancora più interessante di quanto potrebbe sembrare.

E a Orvieto?

Da quando si è iniziato a parlare della vendita di CariOrvieto, uno dei temi ricorrenti è stato proprio quello del valore del territorio e del marchio. Ma la nuova fase M&A bancario rischia di cambiare radicalmente i termini della questione. L’unica operazione che sembrava avere esplicitamente come obiettivo il mantenimento del marchio e della struttura della Cassa era quella con Banca del Fucino, naufragata rumorosamente a inizio estate.

Con gli altri potenziali acquirenti il ragionamento appare diverso. Non perché sia già scritto che CariOrvieto debba scomparire come marchio o che le filiali debbano essere chiuse, ma perché è difficile immaginare, nel medio periodo, che un gruppo bancario acquisisca un istituto per mantenerne integralmente una seconda struttura direzionale, amministrativa e organizzativa.

E qui emerge il vero punto della questione.

CariOrvieto non è soltanto un marchio. Sono persone, filiali, clienti, imprese, rapporti costruiti in decenni e una presenza fisica che per molti piccoli centri rappresenta ancora un servizio essenziale. Una banca più grande può certamente garantire maggiore solidità, capacità di investimento, prodotti e possibilità commerciali. Ma un’integrazione significa inevitabilmente anche mettere a confronto due organizzazioni, due sistemi informatici, due strutture, due modelli di gestione.

È difficile pensare che, nel medio periodo, possano essere mantenute integralmente entrambe. E la razionalizzazione potrebbe riguardare soprattutto la rete degli sportelli e le strutture centrali. Non è una previsione già scritta, ma è uno degli scenari che molto spesso accompagnano operazioni di questo tipo.

La desertificazione bancaria, del resto, è già una realtà in molte aree del Paese. Le nuove tecnologie hanno cambiato profondamente il modo di utilizzare una banca e la progressiva standardizzazione delle procedure rende sempre meno necessario quello che un tempo era il rapporto quotidiano con lo sportello. Ma proprio per questo ogni sportello che rimane aperto in un piccolo centro vale oggi più di qualche anno fa.

I possibili esiti

I nomi che circolano appartengono sostanzialmente a due categorie: gruppi di dimensione medio-piccola e grandi banche nazionali o internazionali. Come appena scritto, appare difficile immaginare che uno dei potenziali acquirenti abbia interesse a mantenere CariOrvieto come società completamente autonoma nel medio periodo.

La Cassa è oggi appetibile perché è una banca sana, patrimonialmente solida e con fondamentali interessanti grazie al lavoro continuo e capillare del management e del personale che hanno ricucito il rapporto con imprese e privati. Ma ciò che può interessare maggiormente a un acquirente non è necessariamente il contenitore societario. Sono soprattutto la raccolta, la clientela, il rapporto con le imprese e la capacità di collocare prodotti finanziari a rappresentare gli asset più importanti.  Tutti asset e valori che si possono integrare senza conservare la struttura-banca. Ed è proprio qui che la parola “territorio”, tante volte utilizzata in questi anni, rischia di diventare qualcosa di molto diverso da ciò che si intendeva.

E il territorio?

È questa la parte della vicenda sulla quale sarebbe necessario aprire una discussione seria. Non per difendere a tutti i costi una banca che, a ben vedere, banca del territorio in senso pieno non lo è più da decenni, ma per capire quali effetti avrà l’operazione sulla città e sull’area orvietana.

Quanti posti di lavoro resteranno? Quale sarà il futuro della direzione? Che cosa succederà al corporate? Quante filiali saranno considerate strategiche e quante invece, magari sovrapposte alla rete del gruppo acquirente, sono “sacrificabili”?

Sono tutte domande alle quali oggi non esistono risposte definitive. Ma sono proprio le domande che sarebbe opportuno porsi prima che la partita venga chiusa. Perché se è vero che la vendita è un’operazione tra soggetti privati, è altrettanto vero che Mediocredito Centrale, cioè lo Stato, è oggi il socio di controllo della Cassa. E quindi una domanda alla politica andrebbe posta.

Non per pretendere di decidere chi debba comprare CariOrvieto. Quella è una scelta industriale e finanziaria. Ma almeno per chiedere quali garanzie verranno poste sul tavolo per il territorio, per i lavoratori e per la presenza della banca nelle aree più fragili.

La vicenda di Siena dimostra che, quando in gioco ci sono marchio, sede, occupazione e identità territoriale, la politica può almeno aprire una discussione e chiedere conto delle conseguenze delle grandi operazioni bancarie. E nel caso MPS, peraltro, l’ipotesi oggi sul tavolo prevede proprio il mantenimento del marchio e della sede storica senese nell’entità destinata a Unipol.

Non è una questione di campanile

Non si tratta, dunque, di difendere per nostalgia la “banca di Orvieto”.  Quella stagione è finita da tempo. Si tratta piuttosto di capire se la fine della banca autonoma debba necessariamente coincidere con la fine di un presidio territoriale, con la riduzione dell’occupazione qualificata e con un ulteriore arretramento della città rispetto ai centri decisionali.

Dopo il Car, il Tribunale, la Usl e tante altre strutture che negli anni hanno progressivamente perso peso o centralità, anche la banca rischia di diventare un altro pezzo di storia da mettere nell’album dei ricordi.

E questa volta sarebbe davvero difficile sostenere che nessuno lo aveva previsto. Proprio perché siamo alla vigilia delle decisioni, sarebbe il momento di chiedere che cosa ne sarà di Orvieto dopo la vendita e non soltanto quanto incasserà chi vende la banca.

Altrimenti, quando arriverà il nuovo proprietario, potremmo contare l’ennesimo “c’era una volta…” senza che la politica abbia almeno provato a chiedere una tutela.