L’Orvietana rischia di scomparire e, con lei, 116 anni di storia sportiva. Nelle ultime ore, sui social network, è partito un vero e proprio grido d’allarme collettivo: appelli, rampogne, lettere accorate e persino poesie scritte dai bambini, tutto nel tentativo di smuovere il presunto “cuore duro” del presidente Roberto Biagioli. Sullo sfondo si staglia l’ombra del sindaco di Terni, Stefano Bandecchi, che avrebbe scelto proprio il titolo sportivo di Orvieto per far rinascere la Ternana dalle ceneri della società fallita e ora finita all’asta.
Tutto molto bello e romantico, senza dubbio. Ma a un certo punto bisogna spegnere gli smartphone, guardare in faccia la realtà, ricordare il passato e riconoscere il lavoro svolto dall’attuale proprietà. Nel 2004, l’USO (Unione Sportiva Orvietana) era sull’orlo del baratro, zavorrata da circa 700 mila euro di debiti. Fu proprio Roberto Biagioli a farsi avanti, rimettendo la società in carreggiata passo dopo passo. Non lo ha fatto da solo, sia chiaro, ma con l’aiuto di un ristretto gruppo di imprenditori locali che hanno investito capitali veri per far crescere il progetto. Negli ultimi anni, Biagioli ha più volte chiesto aiuto e collaborazione al tessuto economico orvietano, mettendosi in discussione in prima persona come patron.
Oggi la società è in salute: vanta un settore giovanile di altissimo livello e la prima squadra ha appena ottenuto la permanenza in Serie D. I debiti del passato sono un lontano ricordo. Tuttavia, militare nel massimo campionato dilettantistico ha costi enormi: stando a fonti vicine alla dirigenza, si parla di oltre 700 mila euro a stagione.
E qui arriviamo al nocciolo della questione, quello che spazza via i facili sentimentalismi. Stiamo discutendo dell’Orvietana Calcio S.r.l. Quelle tre letterine finali hanno un significato giuridico ed economico inequivocabile: le S.r.l. sono società di capitali. Non si tratta di associazioni ricreative o beni pubblici. In queste realtà a comandare sono esclusivamente i bilanci e la volontà dell’azionista di maggioranza. Le decisioni si prendono detenendo il 50%+1 delle quote, non a colpi di post indignati su Facebook.
Per resistere, continuare l’avventura calcistica e far quadrare i conti, la passione dei tifosi non basta. Servono denari sonanti per l’iscrizione al campionato, per la fideiussione, per allestire una rosa competitiva, per pagare lo staff tecnico, i giocatori, le utenze e la manutenzione del campo.
In questo scenario aziendale privato, non si capisce a che titolo dovrebbe o potrebbe intervenire la sindaca di Orvieto, o qualsiasi altra figura istituzionale, se non per sterili dichiarazioni di facciata. Le regole del mercato sono chiare: un privato, proprietario del pacchetto di maggioranza, ha dato la disponibilità a cedere le proprie quote; un secondo soggetto ha la volontà e la forza economica per acquisirle. Se i due hanno trovato un accordo, questo diventerà irreversibile solo nel momento in cui ci saranno le firme davanti a un notaio e i conseguenti pagamenti.
Certamente dispiace, e fa male al cuore, immaginare che venga scritta la parola fine su ben 116 anni di storia dell’Orvietana. Nessuno vorrebbe mai veder sparire un patrimonio sportivo, umano e sociale così radicato nel tessuto della città. Il calcio moderno di ogni categoria non è diverso da qualsiasi altra società di capitale e per far quadrare i conti e crescere non servono poesie o mobilitazioni virtuali.
C’è, però una soluzione. Chiudiamo i post su Facebook e apriamo i tavoli di trattativa. Perché la passione inesauribile dei tifosi è e resterà per sempre l’anima dell’Orvietana, ma poi servono azioni concrete. Se l’attaccamento a questi colori è davvero così viscerale come è emerso in questi giorni sui social, è arrivato il momento di trasformarlo in un impegno tangibile. Chi ha a cuore le sorti del club smetta di mormorare nell’ombra ed esca allo scoperto con proposte e capitali concreti.