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Un’estate calcio e pepe

Immagine generata con l'IA

Che bella questa estate orvietana tutta calcio e pepe.

Ci si lamenta sempre che la città sia lontana dai circuiti delle grandi notizie e, invece, in una manciata di giorni ne abbiamo lette così tante, da non capire se essere fieri che qualcuno si occupi di noi. O non esserlo, perché qualcuno ha veramente rotto le scatole facendolo.

Le nostalgie per le nebbie del Muzi e per l’Orvietana asfaltata ai tempi supplementari della cronaca giudiziaria (vicenda triste), così come l’arrivo di capaci e facoltosi investitori sanitari sul territorio (evento utile), hanno comunque un unico filo conduttore: Terni. Il capoluogo drenante, noto e storicamente imprescindibile, almeno da quando, nel 1927, la matita di regime tracciò i confini della provincia. Creando un imbuto amministrativo e di potere che, anni fa, dopo la crisi delle sue industrie, pensò bene di compensare tagliando qui e recuperando qua e là. Tipo vasi comunicanti: a senso unico verso le Marmore, però.

Qualche suggestione, non recentissima, avrebbe voluto che il popolo della Rupe potesse unirsi a quello viterbese per continuità geografica, linguistica e per le radici culturali: uno scisma che non è mai stato possibile. Ma una separazione c’è stata, eccome: quella di Orvieto dal suo senso di riferimento per molte comunità vicine, quella di “provincia ombra” e di fulcro per quei servizi che, negli anni, sono finiti altrove, drenati da scelte politiche antiche, sbagliate, che ora sarebbe troppo facile scaricare sugli ultimi arrivati.

Orvieto ha perso nel tempo pezzi eccellenti: il Tribunale è la prima icona del drenaggio. Ma ha visto sfilarsi competenze, reparti ospedalieri, caserme e, addirittura, treni, che ora non passano più. Non solo metaforicamente.

Finirà così anche per la sua imperturbabile Cassa, che ormai ha il dono ubiquo di ritrovarsi in ogni storiella da risiko bancario, nelle vesti di premio di consolazione (poi si vedrà per chi, c’est possible) e non da reale protagonista di un sistema che ormai gioca con gli algoritmi e che dei valori di radicamento territoriale se ne frega.

Difficile criticare troppo chi guarda al turismo come unica, residua e tenace risorsa. Per un motivo semplice: altro non c’è. Poi, si può discutere di tutto: di come agevolare qualcuno a restare, senza necessariamente riconvertire in case i cellai; di come sostenere chi risiede senza farlo sentire inferiore a chi arriva, morde e fugge via come il vento. Lo stesso che ha alimentato le polemiche tra chi vuole la tutela del paesaggio e chi narra che il beneficio di avere condizionatori sempre accesi si raggiunge solo così. Facendo girare, anche in questa ennesima estate mondiale, le pale. E i palloni.