Venerdì 18 aprile, giornata nella quale si celebra la Passione di Cristo. Ho un appuntamento importante nella Capitale, nei pressi di piazza Cavour, alle 15,30. Ho scelto di andare in treno. In un primo momento avevo pensato di partire con largo anticipo per fare un “giretto” e un pranzetto veloce dalle parti di Piazza della Repubblica.
Unico treno ragionevole disponibile dopo le otto di mattina per realizzare questa mia pensata il regionale delle 8,57 con arrivo previsto a Orte alle 9,45. Però poi occorre scendere dal treno, uscire dalla stazione e salire a bordo di un improponibile pullman che pochi minuti dopo le dieci dovrebbe partire.
“Appena” un’ora e mezza e ti “scarica” vicino a Tiburtina. Da qui poi occorre rientrare nella stazione e dopo una serie interminabile di “sali e scendi” per rampe di scale mobili non sempre funzionanti, raggiungere il binario sette. Dove pochi minuti prima di mezzogiorno dovrebbe arrivare la coincidenza per Roma Termini che ovviamente termina la sua corsa ai binari est, che danno la sensazione di essere più vicini al Duomo di Orvieto che all’uscita della stazione. Da qui, se non ci si mette null’altro, si riesce ad uscire qualche minuto prima dell’una. Annichiliti sia nel fisico che nella psiche, dopo quattro ore di viaggio tra treni e pullman, tra entrate e uscite mozzafiato dalle stazioni, tra un vorticoso sali e scendi tra scale mobili e, per concludere in bellezza, una lunga, “rilassante” passeggiata finale dai binari est.
Ovviamente io metto istintivamente da parte questa assurda e a dir poco vergognosa soluzione e opto per l’altra unica soluzione possibile. Il treno regionale delle 11,20
che pure termina la propria corsa a Orte. Ma almeno dopo un quarto d’ora arriva un regionale da Ancona con arrivo previsto a Roma Termini alle tredici in punto. Mi allieta pensare che il pranzetto veloce prima del mio importante appuntamento di lavoro mi ci scappa comunque. Al binario due della stazione di Orvieto il treno arriva puntualissimo alle undici e venti. Affollato. Ma sono fortunato. Trovo persino il posto a sedere. Tiro fuori dalla mia tasca un libro che sarà il mio fedele compagno di viaggio. E mi immergo nella lettura.
Alle dodici, puntualissimi, siamo a Orte. Impressionante il numero di persone che scendono dal treno e che si distendono, tutte dirette nella Capitale, al binario cinque.
E’ una marea umana impressionante, che occupa il binario in tutta la sua lunghezza senza soluzione di continuità. Puntualissimo alle dodici e un quarto arriva il regionale da Ancona. Già stracolmo di passeggeri. Ovviamente tutti occupati i posti a sedere già prima che rallenti per fermarsi.
Molte persone sono stipate anche nei corridoi e negli spazi tra una carrozza e l’altra.
Scendono una trentina di persone. In media tre o quattro per ciascuna delle carrozze.
Ce ne saranno almeno trenta o quaranta che devono salire su ciascuna carrozza.
Inizia una strenua lotta per provare a infilarsi in qualche modo nel treno.
Una vecchietta resta con la valigia a metà scalini. E impaurita e inizia a urlare. Una signora ha un cane che inizia ad abbaiare terrorizzato da quella infernale calca umana. Un bambino tra le braccia di una madre inizia a piangere a squarciagola. Una capotreno, carina, molto carina, frastornata da quella impressionante calca umana, cerca di riportare la calma. Aiutata da un paio di poliziotti prontamente accorsi. E’ uno spingersi gli uni contro gli altri per provare comunque a salire. Anche se ogni spazio del treno è saturo e tanti sono i passeggeri ancora a terra.
Un annuncio scuote l’aria. Avvisa che oggi quel regionale proveniente da Ancona, per imprecisati problemi tecnici sulla linea Direttissima, percorrerà la linea lenta.
In pratica il viaggio Orte Roma durerà, se tutto va bene, un’ora e mezza. Io sono rimasto tra quelli che non sono riusciti a salire su quel treno. Per fortuna, credo. Non mi andava di mettermi a combattere con quella bolgia umana delirante per salire.
Quell’infernale treno alla fine parte dal binario cinque alle dodici e mezza, col suo carico di variegata e disperata umanità. Non oso immaginare quei passeggeri come faranno a resistere in simili condizioni un’ora e mezza. Ripenso a quella vecchietta che urlava. Spero che qualche anima pia, mossa a pietà, gli abbia ceduto il posto. Prendo il telefono e consulto l’app Trenitalia.
Ci sarebbe un regionale all’una e un quarto. Che però immagino replicherà le condizioni di viaggio di quello appena partito. Opto per il Fiumicino delle dodici e tre quarti.
Sempre semivuoto. Si viaggia seduti e comodissimi. Unica pecca che attraversa tutti i paesini dell’entroterra. Effettuando fermate anche in stazioncine sperdute e deserte.
E impiega un’ora e tre quarti per percorrere il tratto Orte-Roma Tiburtina. Salgo. Mi siedo. E mi ridedico al mio libro. Alle due e mezza arrivo a Tiburtina.
Scendo al binario due. Raggiungo il binario sette, dove dopo circa venti minuti arriva un regionale diretto a Roma Termini.
Roma Termini si fa per dire. Perchè ci lascia, pochi minuti dopo le tre, al binario due est.
Scendo, mi incammino a passo veloce verso l’uscita. Finalmente esco dalla stazione. Sono le tre e venti. Altro che pranzetto veloce. Devo affrettare il passo e comunque arriverò in ritardo al mio importante appuntamento. Non oso pensare al mio viaggio di ritorno. Ho impiegato quattro ore da quando sono salito sul treno a Orvieto a quando ho messo i piedi fuori dalla Stazione Termini. Per un attimo mi viene da pensare in quali condizioni sono arrivati qui quei disperati saliti sul treno proveniente da Ancona.
Condizioni di orario e di viaggio davvero miserevoli. Una vergogna senza fine.
Penso con un gran senso di tristezza a tutti gli orvietani che, per lavoro o studio, questi “passionali” viaggi in treno devono “subirli” quotidianamente.
Abbandonati, senza morale e senza ritegno, a queste indegne condizioni di viaggio da tutto e da tutti.