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Un anno fa l’addio a Gigi Pelliccia.  La pesante assenza di una voce libera

Un anno fa si spegneva per sempre la televisione della vita sul volto bonario di Gigi Pelliccia. L’uomo-antenna prendeva il volo verso quell’etere primordiale che, durante l’esistenza terrena, aveva tante volte solcato con le proprie notizie da ogni angolo del comprensorio. Laddove ci fosse gente riunita in una qualche assise, da quelle festanti delle sagre paesane fino ai tristi summit dei Consigli comunali, Gigi spuntava a passo lento e accroccava il macchinario per filmare e raccontare, baluardo di democrazia e civiltà, solitario naufrago intento a nuotare a stile libero nel mare eternamente tempestoso delle nostrane convenzioni sociali.

Naturalmente, famiglia a parte, nessun ente o istituzione locale lo ricorda con qualcosa di duraturo che possa arginare l’ineluttabile labilità della memoria. Non andremo oltre le parole di circostanza, almeno quelle – mi auguro – non mancheranno. Il che rafforza, fino a renderla perfino postuma, l’autonomia terrena da lui conquistata in oltre mezzo secolo di attività pubblica tra gracchianti radio private, televisioni sgangherate, notiziari mai in orario e camicie quadrettate invariabilmente a maniche corte. L’attuale Orvieto appare troppo ripiegata sulle proprie minutaglie per aprirsi al doveroso tributo verso un suo assoluto protagonista.

Eppure fa male, oggigiorno, non poter conoscere il giudizio del caro Gigi sugli accadimenti di casa nostra o almeno apprezzare la sua valutazione riferita a questa città alta e strana – eppure un tempo gloriosa – che ormai non riesce a pensarsi, tra favorevoli e contrari, oltre l’orizzonte di uno sfollagente elettrico o della cotoletta a stelle e strisce di un supermarket dell’alimentazione giovanile. Lui amava Orvieto e sapeva valutarla con cuore e cervello, il tutto filtrato da un’assoluta libertà di giudizio che è merce rarissima sulle Rupe e non si acquista certo al mercato di piazza del Popolo. Gigi infatti non forniva notizie convenzionali, o almeno non le lanciava asetticamente. Lui le news le interpretava e in video era tutto un aggrottare di ciglia, un fremere di narici, un sincopare l’espressione o ingrugnare il volto quando quel che stava raccontando – e capitava spesso – non andava a braccetto con il suo sentimento personale. Cronista e attore al contempo, ma di quegli interpreti neorealisti in presa diretta tanto amati da Vittorio De Sica, Pelliccia è stato l’inventore del giornalismo espressivo e in una qualche stagione futura, prima o poi, verrà celebrato come tale. Ma certamente non a Orvieto, dove vanno di moda, piuttosto, le comparse.

Manca, manca davvero. Mancano le sue telefonate più notturne che serali, la sua allegria, il suo accorrere (vecchia Lancia Flavia scarburata permettendo) di evento in evento, il suo essere una persona vera e mai paludata, antitesi perfetta – anche nei modi e nell’apparire – del becero politically correct che da queste parti crea mostri e uccide la collettività. Manca la sua sapienza giornalistica. E in fondo in fondo, va bene così: personaggio grande come una salita di montagna nel mezzo di un territorio in discesa sfrenata. Lo ricordi chi intende davvero farlo e lo conservi nel cuore e nella mente.