A Orvieto è aperto il dibattito, a tratti stucchevole, sul futuro della città come se ancora fosse aperta la campagna elettorale. C’è una grande responsabilità della politica, tutta, che da parecchi sindaci ha speso, spremuto i cittadini e appaltato senza un progetto a medio-lungo termine. Ci si affida alla pancia e non alla testa. Ora bastano i like sui social per prendere decisioni. Si preferisce rincorrere i “desiderata” di alcuni piuttosto che scegliere il meglio per tutti, almeno secondo il proprio punto di vista.
Non si tessono rapporti seri con le istituzioni regionali e nazionali, se non incidentalmente, elemosinando soldi che vengono spesi in un’unica direzione senza portare ricchezza e maggiori servizi per i cittadini. Esempi? Sempre i soliti, dirà qualcuno, ma sono quelli che incidono sulla pelle viva: trasporti, sanità, produzione/economia.
Sono sempre questi gli argomenti perché da troppo tempo si cerca di lisciare gli intoccabili senza pensare al futuro. Il risultato è un veloce spopolamento del Comune, oltre la media nazionale e regionale, una progressiva desertificazione produttiva e la decadenza dei collegamenti ferroviari e dei servizi sanitari.
Disfattismo?, No, più che altro pragmatismo.
Il resto ce lo mette la città con le rendite di posizione che non immettono denaro fresco nel circuito economico locale. Il tutto si traduce in entrate da locazioni, tra l’altro fra le più alte in Umbria, che non generano indotto tranne qualche rara eccezione virtuosa che però non riesce a accendere un’inversione di marcia.
La cronaca di queste ultime settimane e la lettura dei comunicati incrociati non fanno che confermare quello che le poche analisi del territorio raccontano da tempo e per questo tacciate di disfattismo. L’inverno demografico è una realtà nazionale e regionale e Orvieto va oltre. La politica dovrebbe avere il ruolo di individuare possibili soluzioni per bloccare l’emorragia. Quali? Per ora nessuna. L’emigrazione giovanile conferma la grande crisi del mercato del lavoro. Oggi avere una laurea, essere specializzati sembra quasi una “diminutio” e non un “plus” a Orvieto. Posti di lavoro stagionali tanti e con stipendi bassi; qualificati quasi zero. Manca un tessuto produttivo e quelle poche esperienze presenti spesso non vengono supportate se non misconosciute.
Aperture e chiusure
Il dibattito politico con tanto di scambio di accuse si è aperto per il probabile nuovo Mac e la chiusura della Alliance Healthcare. Quale sarebbe la colpa della politica? Difficile da individuare se non quando, per quanto riguarda il Mac, in consiglio è stato affermato che l’iter autorizzativo non si sarebbe concluso prima dell’autunno e invece i cantieri sono già partiti. Un peccato veniale. Ma sono i privati che decidono come e quando investire o disinvestire in un territorio. Sicuramente la chiusura della multinazionale che distribuiva farmaci segnala la scarsa attrattività di un territorio sempre più anziano e meno abitato. Da qui bisognerebbe partire per riflettere e tracciare nuove linee di sviluppo.
La politica vera
E’ stucchevole il botta e risposta tra maggioranza e opposizione che nasconde un’amara realtà: il rischio concreto di un rigido inverno demografico ed economico di Orvieto. L’attacco ai territori cosiddetti minori è palese: basta Aree Interne, treni sulla linea convenzionale, servii assicurati solo ed esclusivamente in base al numero di abitanti e la lista potrebbe essere infinitamente lunga. Giusto protestare, giusto alzare i toni ma nelle sedi opportune, facendo rete con altre realtà simili e sena operare tagli chirurgici ad hoc per non offendere l’alleato politico di turno.
Prima di partire lancia in resta sarebbe bene porsi la domanda, cui prodest? Il tema centrale dovrebbe essere: cosa è meglio per la città e i suoi cittadini? Invece non si aprono dibattiti seri, si allargano le maglie dei controlli nei settori ritenuti trainanti anche se il turismo, da solo, non riesce a spostare le lancette dello sviluppo in avanti: non basta anche perché la permanenza media rimane intorno ai 2 giorni e sarà difficile migliorare. Contemporaneamente non si riesce a progettare per il Pnrr, altro treno perso, se non per una scuola e un ufficio comunale, in via diretta e le contestate Casa e Ospedale di Comunità, in via indiretta. Poi qualche altro spiccio e poco più. Intanto la Piave rimane un “moloc” che degrada e si svaluta, San Francesco è tristemente chiusa, parcheggi coperti al servizio del centro storico niente da fare e tanto altro ancora…ma i livelli di tassazione sono ai massimi consentiti nonostante i conti siano in sicurezza e in equilibrio con un carico di mutui sostenibili.
Chiaramente alla diminuzione della popolazione corrisponde una eguale calo delle entrate equilibrate, per ora, dagli incassi del Pozzo, ma per quanto? E poi? E’ ora di smetterla con la campagna elettorale perenne, a destra e a sinistra e di tornare a progettare, scommettere sul futuro della città e lottare insieme per ottenere servizi migliori per i propri cittadini.