È di moda, da qualche tempo, la parola “remigrazione”. Un mantra della destra più radicale che sembra dimenticare, o forse preferisce non ricordare, molte, troppe cose.
In Italia non poteva mancare il nuovo caudillo, Roberto Vannacci, generale dell’Esercito e leader di Futuro Nazionale, che ha fatto della chiusura dei confini e del contrasto all’immigrazione uno dei cardini della propria proposta politica. Il suo programma mette insieme il tetto alla presenza degli immigrati, lo stop al decreto flussi e la cosiddetta remigrazione, accanto a una visione della società che recupera parole d’ordine come famiglia tradizionale, identità e patriarcato in salsa autarchica.
Ma è proprio sull’immigrazione che sarebbe necessario fermarsi un momento, al di là degli slogan.
Via gli stranieri, niente ricongiungimenti, meno ingressi. Bene. Ma chi raccoglierà i pomodori? Chi lavorerà nei campi quando il caldo diventa insopportabile e la schiena deve restare piegata per ore? Chi farà quei lavori nell’edilizia, nell’agricoltura, nella logistica e in tanti altri settori che una parte crescente degli italiani non è più disposta ad accettare alle condizioni oggi offerte?
Perché la realtà è molto diversa dalla propaganda.
Sono spesso proprio i lavoratori stranieri, quelli che si vorrebbero cacciare, a svolgere i lavori più pesanti e meno tutelati. E quando a un lavoratore vengono pagati salari da fame, quando le pause diventano un lusso, quando l’orario si allunga ben oltre quanto previsto e quando il diritto alla sicurezza viene subordinato alla necessità di guadagnarsi da vivere, il problema non è la nazionalità di chi lavora.
Il problema è lo sfruttamento.
E allora la vera battaglia di civiltà dovrebbe essere un’altra: pretendere che chi lavora nei campi, nei cantieri, nei magazzini o nelle fabbriche abbia un salario dignitoso, condizioni di lavoro sicure, orari rispettati e gli stessi diritti, indipendentemente dal colore della pelle, dalla provenienza o dalla religione.
Perché il lavoratore straniero non è un lavoratore di serie B.
E nemmeno il lavoratore italiano dovrebbe esserlo.
È vero che, leggendo i contratti collettivi nazionali, le retribuzioni previste per molte di queste attività non sono necessariamente irrisorie. Il problema arriva dopo, quando tra il contratto e la realtà quotidiana si apre un abisso fatto di lavoro nero, sottoinquadramento, paghe inferiori a quelle dovute, intermediazioni illegali e condizioni che nessun contratto potrebbe mai giustificare.
Qui entrano in scena caporali e (im)-prenditori senza scrupoli, ma anche una domanda che continua a rimanere senza risposta: dove sono i controlli?
Perché senza controlli le leggi restano sulla carta. E senza controlli non c’è civiltà, non c’è rispetto per il lavoro e non c’è tutela per nessuno.
Non è una questione di italiani contro stranieri. È una questione di lavoratori contro sfruttamento.
E forse sarebbe proprio questo il punto da cui ripartire. Perché se un datore di lavoro pretende lealtà, professionalità, disponibilità e abnegazione da chi lavora per lui, deve essere il primo a garantire dignità, sicurezza e un salario giusto.
La nazionalità non può diventare una variabile del salario. La disperazione non può diventare uno strumento di contrattazione.
E allora, prima di parlare di “remigrazione”, sarebbe forse più utile parlare di emigrazione. Quella degli italiani che per anni sono partiti perché qui non trovavano un lavoro dignitoso, uno stipendio sufficiente, una prospettiva. E quella, più silenziosa, dei diritti che continuano ad andarsene dai luoghi di lavoro ogni volta che qualcuno decide che il profitto vale più della persona.
La vera emergenza non è chi arriva per lavorare. È un sistema che troppo spesso accetta che il lavoro possa essere pagato meno della dignità di chi lo svolge.
E se proprio dobbiamo immaginare una “remigrazione”, allora che sia quella del lavoro nero, del caporalato e dello sfruttamento. Quelli sì, da rispedire definitivamente al mittente.