Quando ho scoperto di avere un melanoma del cuoio capelluto, la mia vita si è riempita improvvisamente di domande e timori. La diagnosi ha cambiato rapidamente ritmi e priorità delle mie giornate. Un “corpo estraneo”, inatteso, mi ha costretto a occuparmi di me stesso, lasciato fino a quel momento un po’ in secondo piano per dedicarmi al lavoro, agli affetti, alla musica.
Non sapevo quale sarebbe stato il percorso da affrontare e, soprattutto, come avrei reagito.
Oggi, ripensando a quei mesi, mi accorgo però che quel cammino è stato accompagnato da una rete di persone capaci di trasformare un momento difficile in un’esperienza di cura condivisa, nella quale professionalità e umanità hanno proceduto insieme.
Il mio percorso è iniziato all’ospedale di Orvieto, con il primo intervento eseguito dal dottor Maurizio Sciarrini, a seguito del quale è arrivata la diagnosi. Da quel momento il dottor Massimo Buononato si è attivato immediatamente per individuare il percorso più affidabile ed efficace, aiutandomi a recuperare calma e razionalità e rassicurandomi sui passaggi successivi, dagli esami diagnostici agli ulteriori interventi chirurgici.
In quei giorni ho capito quanto possa essere importante, per un paziente, trovare qualcuno che ti guarda negli occhi e ti spiega con chiarezza che cosa sta accadendo. Non è soltanto una questione di informazioni: è il modo in cui quelle informazioni vengono trasmesse, la capacità di restituire fiducia quando la paura rischia di prendere il sopravvento.
Il passaggio a Terni è stato quindi la naturale prosecuzione di un percorso già avviato. Sono stato preso in carico dal dottor Roberto Cirocchi, che mi ha accompagnato con precisione e tranquillità, aiutandomi a comprendere ogni passaggio successivo.
L’intervento di radicalizzazione e il linfonodo sentinella sono stati eseguiti dal dottor Antonio Giunta e dalla dottoressa Cristina Pellegrino. Anche in questa fase, che temevo particolarmente, ho trovato competenza, delicatezza, ascolto e attenzione. Elementi che, per chi affronta una malattia, possono fare una differenza enorme.
La parte conclusiva del trattamento si sta svolgendo nuovamente a Orvieto, con l’immunoterapia seguita dalla dottoressa Federica Di Costanzo.
È forse la fase che può apparire meno impegnativa, ma che richiede comunque forza, pazienza e fiducia. Anche qui ho ritrovato la stessa attenzione e la stessa vicinanza, quella capacità di rendere affrontabile qualcosa che, almeno all’inizio, può fare paura.
Ripensando a tutto il percorso, c’è però un aspetto che mi colpisce più di tutti gli altri: la naturalezza con cui le due strutture ospedaliere, quella di Orvieto e quella di Terni, hanno saputo collaborare.
Non ho percepito il passaggio da un ospedale all’altro come una frattura, ma come la prosecuzione di un unico percorso. Questo è stato possibile grazie a professionisti che hanno saputo parlarsi, confrontarsi, fidarsi reciprocamente e mettere le proprie competenze al servizio di un obiettivo comune: il paziente.
È una rete che, nel mio caso, ho vissuto non come qualcosa di astratto o costruito sulla carta, ma come una collaborazione concreta, fatta di persone. Persone che credono nel proprio lavoro e che hanno saputo lavorare insieme, ognuna nel proprio ruolo, per accompagnarmi lungo un percorso complesso.
In un momento così delicato è bello sentirsi “coccolati” da chi ti cura. È una sensazione che non si dimentica, perché ti fa comprendere che dietro ogni gesto, ogni parola e ogni scelta c’è qualcuno che ha deciso di esserci davvero.
E c’è un altro aspetto che rende questa esperienza ancora più preziosa: sapere che tutte queste persone lavorano nella mia stessa regione, condividendo lo stesso territorio, la stessa comunità e, in qualche modo, un comune senso di appartenenza. La cura diventa così ancora più vicina, più umana, più comprensibile.
Mi sono sentito accompagnato, protetto e mai solo. E questo, per me, ha fatto davvero la differenza.
A tutti loro va il mio più sincero ringraziamento.