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Quelle “pesanti ” uscite didattiche dei docenti

Anche negli istituti scolastici del comprensorio orvietano, con l’arrivo della primavera, il rito delle gite scolastiche torna a scuotere i consigli di classe e il corpo docenti di ogni ordine e grado. Ma dietro l’entusiasmo degli studenti, che spesso vedono nella scuola l’unica opportunità concreta di viaggiare e scoprire il mondo, si cela un malessere profondo e sempre più insostenibile da parte dei docenti. Accompagnare una classe in gita o viaggio didattico non è una “vacanza gratis”, come crede gran parte dell’opinione pubblica orvietana, ma un atto di pura e gratuita generosità professionale che si scontra con l’assenza totale di tutele e retribuzioni.

In qualsiasi altro settore professionale, un lavoratore che presta servizio fuori sede, oltre l’orario stabilito e con responsabilità accresciute, percepisce indennità di missione e straordinari. Nella scuola, e rappresenta un unicum nei comparti della Pubblica Amministrazione ,questo non avviene: se una gita di un giorno si protrae per 12 o 14 ore, le ore eccedenti l’orario di servizio non vengono né retribuite né recuperate. Nei viaggi di più giorni, inoltre, il docente è responsabile dei minori 24 ore su 24, inclusa la sorveglianza notturna.

Quando ci si riunisce al tavolo della contrattazione per valutare gli adempimenti da incentivare nel corso dell’anno scolastico, la risposta è sempre la stessa: “Non ci sono fondi da destinare al pagamento delle gite e delle uscite didattiche e le tante ore di lavoro aggiuntivo non si possono recuperare per non lasciare scoperte le classi”.

Ciò comporta un grave danno economico per la categoria dei docenti. Al danno economico si aggiunge la beffa delle gravi responsabilità connesse con le uscite didattiche.  Con la tagliola della “culpa in vigilando”, che grava come un pesante macigno sulla testa di ogni docente.  Infatti, al cospetto di incentivi pecuniari pari a zero, il docente che accompagna una classe risponde civilmente e penalmente di ogni incidente, malore o intemperanza degli alunni.

Ci si accolla 24 ore su 24, per l’intera classe, la responsabilità in prima persona di ogni accadimento, spesso in contesti non protetti come stazioni, hotel, luoghi affollati.  Spesso senza avere alcuna formazione specifica per le eventuali emergenze sanitarie o di qualsiasi altra natura che possono insorgere.

Un’arma formidabile per pretendere i giusti cambiamenti normativi a riguardo i docenti l’avrebbero.  Basterebbe che anche per un solo anno tutti, compatti, si rifiutassero di accompagnare le classi in uscita.  Il danno non resterebbe chiuso tra le mura scolastiche, ma colpirebbe duramente l’economia nazionale.

Un blocco totale delle gite scolastiche determinerebbe una crisi del settore alberghiero: migliaia di stanze resterebbero vuote nei mesi di marzo, aprile e maggio, nel periodo della cosiddetta “stagione delle gite”. Ingenti sarebbero anche i danni all’indotto turistico: musei, guide turistiche, ristoranti, bar e ditte di autotrasporti vedrebbero crollare il proprio fatturato stagionale. Infatti il turismo scolastico muove ogni anno milioni di euro.

Sarebbe questa forse l’unica soluzione per impedire che questa disparità riservata ai lavoratori della scuola fosse affrontata e sanata, riservando loro lo stesso trattamento giuridico e economico riservato a tutti i lavoratori degli altri comparti della Pubblica Amministrazione.

È necessario e giusto, assolutamente dovuto, che lo Stato riconosca le gite scolastiche e le uscite didattiche come una prestazione lavorativa straordinaria, prevedendo un’indennità di missione giornaliera dignitosa e coperture assicurative legali stringenti e puntuali a carico dell’amministrazione.

Altrimenti il tutto continuerà a reggersi solo sul fatto che il docente accetta questo stato delle cose perché ama i suoi alunni e non vuole privarli di un’esperienza di crescita. Ma non è assolutamente giusto che l’amore e la responsabilità per il proprio lavoro diventi un alibi per dover accettare questo tipo di “opera di volontariato”.