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Pendolari e amministratori insieme per salvare Orvieto dall’isolamento

La crisi del trasporto ferroviario non è più una questione marginale di programmazione regionale. È diventata una minaccia esistenziale per il territorio orvietano, che rischia lo spopolamento mentre i suoi cittadini si trovano intrappolati in una condizione di isolamento progressivo. A lanciare l’allarme, oggi, sono i principali attori della comunità: l’associazione Nova, il Comitato Pendolari Roma-Firenze, insieme a amministratori locali e regionali che finalmente ammettono pubblicamente quello che era evidente da mesi: le iniziative finora intraprese hanno fallito.

Il Comitato Pendolari Roma-Firenze, che riunisce le migliaia di persone che quotidianamente si spostano su questi binari, traduce l’isolamento in cifre umane concrete: “Stiamo assistendo a un progressivo isolamento del nostro territorio, in termini di collegamenti ferroviari, con conseguente impoverimento dello stesso, perdita di flusso turistico, appeal a livello residenziale, ma soprattutto con un disagio crescente che si trovano a vivere i tanti che ogni giorno devono spostarsi per studio, lavoro, impegni familiari.” Non è una questione astratta di programmazione dei trasporti. È la vita quotidiana di uno studente che parte all’alba e torna a sera, di un lavoratore che impiega tre ore per un tragitto che dovrebbe durarne novanta minuti, di una madre che non sa quando riuscirà a rientrare a casa dai figli. È il declino demografico di un territorio che non riesce più a trattenere i giovani e non attrae i nuovi residenti.

Un altro problema raramente sottolineato riguarda i costi del trasporto. “I costi del trasporto su rotaia aumentano costantemente e non sono affatto parametrati al servizio offerto,” denunciano i pendolari. È il paradosso italiano: pagare sempre di più per sempre meno. Chi utilizza il treno Orvieto-Roma sa di cosa si parla: orari irregolari, ritardi cronici, cancellazioni improvvise, sovraffollamento. E tuttavia, le tariffe continuano a lievitare, come se la qualità del servizio aumentasse proporzionalmente. Non è così.
Un elemento interessante del messaggio dei pendolari è il riconoscimento della volontà politica. “Torniamo a ringraziare l’Amministrazione Comunale di Orvieto e la Regione Umbria, nella persona dell’assessore ai Trasporti Francesco De Rebotti, per l’impegno sinora profuso nel tentativo di difendere condizioni di viaggio civili.” Non è sarcasmo. È il riconoscimento che il problema non risiede nella mancanza di buona volontà locale, ma nell’assenza di poteri reali di fronte a giganti nazionali come RFI, Trenitalia e il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

Ecco il vero problema: le amministrazioni locali hanno il diritto di rivendicare servizi dignitosi, ma non hanno il potere di imporli. RFI, Trenitalia e il Ministero operano secondo logiche nazionali che considerano l’Orvietano una periferia marginale. I tentativi di dialogo si sono scontrati con l’indifferenza di chi controlla realmente i binari. Il Comitato Pendolari è preciso sulle rivendicazioni: “Occorre arrivare, in tempi brevi, ad un ripristino almeno di collegamenti diretti e tempi di percorrenza adeguati, oltre all’incremento di treni che fermino a Orvieto in determinate fasce orarie ad oggi totalmente sguarnite.”

Non sono richieste stravaganti. Sono la base minima per permettere a un cittadino orvietano di vivere nel suo territorio e lavorare altrove, o di uno studente di frequentare un’università lontana senza abbandonare la famiglia. Sono precondizioni per arrestare lo spopolamento. L’appello finale è diretto: “Ci uniamo in questo appello alla presidente della Regione Stefania Proietti, all’assessore regionale Francesco De Rebotti, al sindaco di Orvieto Roberta Tardani e a tutti gli amministratori dei territori limitrofi per l’organizzazione di una mobilitazione che dia forza alle nostre istanze.”

Le istituzioni hanno due scelte. Possono continuare a negoziare silenziosamente con RFI e Trenitalia, sperando che prima o poi cambino idea. L’esperienza suggerisce che non cambieranno idea, o cambieranno solo quando la visibilità mediatica sarà tale da far diventare il problema nazionale.

Oppure possono ascoltare il grido che sale dal territorio e trasformarlo in una protesta pubblica, visibile, irrinunciabile. Una protesta che dica: “Il diritto di vivere in un’area interna dell’Italia non è negoziabile. E noi siamo disposti a combattere per difenderlo.”