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Le dottoresse, “poche”, della Chiesa

Il Pontificato di Benedetto Caetani, ovvero di Papa Bonifacio VIII, è passato alla storia come uno dei più controversi del Medio Evo. È stato il pontefice che per le sue idee sul potere temporale, che affermava la supremazia della Chiesa sui regni della terra, si era reso ostile ai potenti di quel tempo. A lui si deve l’indizione del primo Giubileo nel febbraio 1300. Era un uomo colto, esperto di diritto e di spiccato senso politico. Fondò l’Università La Sapienza di Roma, ancora oggi una delle più importanti e prestigiose a livello mondiale, per qualità degli studi e per ricerca scientifica. Fu nell’anno 1295 che Papa Bonifacio VIII, prima che fondasse l’Università romana, creò i primi Dottori della Chiesa. Erano appena 4 teologi di chiara fama per santità e dottrina: Ambrogio, Agostino d’Ippona, Girolamo e Gregorio Magno.

Il piccolo gruppo, nel corso dei secoli, è cresciuto: infatti, alcuni Pontefici hanno concesso questa ambita onorificenza ad altre 33 eminenti personalità canonizzate che si sono distinte per aver testimoniato, con la vita e gli scritti, straordinarie capacità nell’illuminare, spiegare e insegnare la dottrina cristiana arricchendo il magistero ecclesiale. L’ultimo ad essere annoverato fra i dottori, è stato Ireneo di Lione, con decreto di Papa Francesco, nel febbraio 2022. Così è salito a 37 il loro numero. Ma fra queste eminenti personalità solo a 4 donne è stato assegnato il titolo di “Dottore”: Caterina da Siena, Teresa d’Avila, Teresina di Lisieux, la piu giovane fra cotanto senno, e Ildegarda di Bingen, creata da Benedetto XVI nel 2012. Ma quante altre sante donne potrebbero essere insignite del titolo di “Dottoresse della Chiesa” per le pari opportunità, visto che nella Chiesa il dottorato, in prevalenza, appartiene al mondo maschile? I Dottori vengono proclamati tali con decreto del Papa o di un Concilio. Quali sono i requisiti per essere insigniti del titolo? Sono tre: 1) una santità di vita riconosciuta con la canonizzazione, quindi solo i santi proclamati, 2) un’ortodossia nella fede, 3) una scienza particolare testimoniata nei loro scritti, fonte teologica di notevole importanza.

Fu san Paolo VI il primo pontefice che, nell’ottobre 1970, ha proclamato due donne “Dottori della Chiesa”: Teresa d’Avila, religiosa carmelitana e mistica spagnola, e Caterina da Siena, patrona d’Italia e compatrona d’Europa. Grande avvenimento nel mondo ecclesiale quando san Paolo VI, nel settembre 1970, ha proclamato Teresa d’Avila, Dottore della Chiesa: la prima donna, nella storia della Chiesa, a cui è stato conferito l’ambito titolo, superando la severa ammonizione dell’apostolo Paolo “Mulieres in Ecclesiis taceant” (1 Cor 14,34). Il 27 settembre 1970 presentando la figura di questa santa Paolo VI la definì “singolarissima e grandissima, donna eccezionale, maestra di vita spirituale, scrittrice genialissima e feconda”. Santa Teresa di Gesù è stata una donna di grandi vedute, di indiscutibili valori spirituali e storici, per la grandezza delle sue imprese e per quanto ha operato nella sua lunga vita. Oltre l’aspetto mistico è bene ricordare il merito che ebbe nel riformare l’ordine carmelitano, riportandolo alle sorgenti della prima regola di stretta osservanza, e nel proporre un modello di fede fondato sull’umanità di Cristo e sull’esercizio delle virtù evangeliche: la vita del cristiano deve essere una relazione personale con Gesù. Ha lasciato numerosi scritti ma la sua opera più nota “Il Castelo interiore”, considerato il suo capolavoro, è un incomparabile testo di teologia mistica di rara profondità. In esso la santa carmelitana descrive l’itinerario dell’anima alla ricerca di Dio ed espone in modo mirabile i segreti dell’orazione. Qui è condensata tutta la sua dottrina che ha sperimentato vivendola nella contemplazione e nell’azione. I suoi scritti la fanno competere con teologi e maestri di vita spirituale. Il suo messaggio dell’orazione oggi ci invita a cedere agli affanni della frenetica vita moderna e a tuffarci in un intimo colloquio con Dio. Papa Benedetto XVI, durante l’udienza generale del 2 febbraio 2011, affermò la grande attualità della testimonianza di Santa Teresa che nella società del nostro tempo, carente di valori spirituali, “la grande Teresa insegna ad essere testimoni instancabili di Dio, della sua presenza e della sua azione, ci insegna a sentire realmente la sete di Dio che esiste nella profondità del nostro cuore”. E desidero concludere con l’espressione teresiana più nota “Nulla ti turbi, nulla ti spaventi. Tutto passa, solo Dio non cambia. La pazienza ottiene tutto. Chi ha Dio non manca di nulla: solo Dio basta! ”: una terapia prescritta da una dottoressa eccezionale!

Una settimana dopo, domenica 3 ottobre, lo stesso riconoscimento veniva attribuito a Caterina Benincasa, una coraggiosa donna del popolo, proclamata santa nel 1461 da Pio II, suo concittadino e compatrona d’Europa da San Giovanni Paolo II. Giovanissima entrò fra le terziarie domenicane, note a Siena con il nome di Mantellate per via del mantello nero che copriva la veste bianca. Poiché era illetterata, anzi analfabeta, inizialmente incontrò alcune difficoltà soprattutto per la preghiera comune e la messa celebrata in latino. Superò in parte tale difficoltà con l’aiuto di qualche consorella istruita che le insegnò quel tanto che le bastava per leggere e scrivere. Si dedicò tanto all’assistenza dei malati con ammirevole abnegazione e nelle sue attività caritative trovò un gruppo di persone che la seguivano e la sostenevano, soprattutto nella corrispondenza che la gente di ogni estrazione sociale intratteneva con lei. Da qui nacque il ricco Epistolario, quasi 380 lettere scritte durante gli ultimi 10 anni della sua vita. Nelle Lettere sono trattati argomenti sia di vita religiosa che politica, ma quel che sorprende è l’aver affrontato problemi morali e politici che interessavano la Chiesa, l’Impero e i Regni dell’Europa del Trecento. Essendo una donna non colta suscitò grande attenzione per la sua ortodossia soprattutto nel mondo della Chiesa. Nel 1376 iniziò la corrispondenza con Gregorio XI, che Caterina definì “il dolce Cristo in terra”. Quello stesso anno si recò ad Avignone e convinse il pontefice a ritornare a Roma, la vera sede del successore di Pietro, che per 70 anni era stata trasferita in Francia. Caterina fu oggetto di vari fenomeni mistici caratterizzati da visioni, estasi, stimmate e cambio del cuore. Le sue opere più note – Le Lettere, Le Preghiere e il Trattato della Divina Provvidenza – sono state in gran parte dettate ai suoi discepoli, anche se negli ultimi tempi era appena capace di scrivere. Il Trattato, l’opera più importante, è il frutto dei colloqui e delle visioni che Caterina ebbe e vi descrive la misericordia del Padre che si manifesta nell’incarnazione di Gesù Cristo che la mistica santa definisce “ponte tra Dio e l’umanità”. Per tutti i suoi meriti Paolo VI l’ha insignita del titolo di Dottore: durante l’omelia il Papa ha sottolineato “quanto Caterina sia stata affamata di giustizia, quanto si sia prodigata per riconciliare Firenze con il Sommo Pontefice Gregorio XI”. Nei suoi scritti ciò che più colpisce è la sapienza infusa, cioè lucida, profonda e “inebriante assimilazione delle verità divine e dei misteri della fede contenuti nei libri Sacri”.

Fra i 37 illustri Dottori troviamo la piccola Teresina di Lisieux, piccola per età essendo approdata alla dimora celeste a soli 24 anni. Figlia di genitori santi, canonizzati da Papa Francesco nel 2015, durante il Sinodo della famiglia, Santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo è stata insignita del titolo di Dottore il 19 ottobre 1997 da san Giovanni Paolo II, nel centenario della morte. Nel settembre 1925 Pio XI l’aveva canonizzata durante una cerimonia solenne cui parteciparono circa cinquantamila persone provenienti da ogni parte del mondo. Successivamente, nel dicembre 1927, insieme con San Francesco Saverio, è stata proclamata compatrona delle missioni. Si coronava così il grande sogno della piccola Teresina che desiderava andare missionaria. A soli 15 anni “per salvare le anime”, così si esprimeva la bimba Teresa, è entrata nel Carmelo di Lisieux dove vivevano altre due sorelle e non senza aver superato tanti ostacoli: la famiglia, il cappellano del monastero, il Vescovo. Dopo 9 anni di vita religiosa spirò nell’infermeria del monastero, il 30 settembre 1897, giovanissima: aveva appena 24 anni. La sua vita claustrale non fu facile, ma accettò tutto con amore e pazienza per il bene della Chiesa. Nella sua breve esistenza ha cantato l’amore misericordioso del Signore, soprattutto quando ha vissuto l’esperienza del deserto, dell’aridità, della sofferenza del corpo e dello spirito. Per obbedienza scrisse i suoi ricordi d’infanzia (Storia di un’anima, tradotta in quasi cinquanta lingue), in cui descrive la via dell’infanzia spirituale, la piccola via che trasformerà la sua vita; per obbedienza scrisse poesie e preghiere ma tutto ciò fatto con semplicità di cuore. Nella ricorrenza del 150° della sua nascita, Papa Francesco ha pubblicato una esortazione apostolica sulla fiducia nell’amore misericordioso di Dio riprendendo la piccola via di Teresina, la strada della confidenza e del totale affidamento alla grazia del Signore. Sottolinea Papa Francesco che la strada da lei percorsa è alla portata di tutti: la piccola via non è quella delle grandi imprese, privilegio di pochi, ma è l’affidamento alla grazia del Signore e il riporre la fiducia nell’infinita misericordia di Dio che ama senza limiti, che ci salva. Come ho detto, di Teresina abbiamo una buona raccolta di scritti che tuttavia per la sua giovane età e breve vita non hanno avuto una revisione. Infatti, nella Lettera apostolica di Paolo VI leggiamo “Forse negli scritti di Teresa di Lisieux non si trova, come negli altri Dottori, una esposizione scientificamente elaborata delle cose divine, ma tuttavia riusciamo ad apprendere una illuminata testimonianza della fede che, mentre accoglie con fiducioso amore la misericordiosa condiscendenza di Dio e la salvezza in Cristo, rivela il mistero e la santità della Chiesa.” (Omelia e Lettera apostolica).

Ildegarda di Bingen: una grande mistica tedesca, famosa per le sue visioni, una luminosa figura di donna, per i tempi bui medievali, si erge sull’orizzonte della storia della Chiesa per la sua dottrina originale e per la santità di vita, che condusse per circa un secolo secondo la Regola di San Benedetto. Entrata giovanissima nel monastero benedettino di Disibodenberg e divenuta in seguito abbadessa, pur essendo di costituzione fragile ma di spirito forte, si impegnò per il rinnovamento della vita religiosa e per la fondazione di almeno 4 monasteri. Una grande fiducia nella Divina Provvidenza fu ciò che la sostenne in tutte le sue missioni: lasciò più volte il chiostro per fondare e visitare i monasteri, per incontrare vescovi e clero, per esortare politici al buon governo e ovunque rivolgeva con autorità pressanti appelli ad una coscienza morale. Allo stesso tempo mostrava una dolcezza materna nei confronti di tutti, usava tanta tenerezza verso i malati per i quali ricercava rimedi appropriati e se non erano efficaci ricorreva al suo potere soprannaturale di guaritrice. In età matura iniziò a scrivere le sue visioni, le sue riflessioni teologiche, le sue nozioni sulla scienza medica, sulla fisica e sulla musica. I suoi scritti rivelano un’anima colma di saggezza e dotata di un grande amore verso Dio e la natura, intesa come creatura di Dio da apprezzare e rispettare. Qui sta l’attualità del messaggio di Ildegarda di Bingen: ha anticipato, di quasi un millennio, l’insegnamento di Papa Francesco. Benedetto XVI, alla vigilia dell’anno della fede, l’ha insignita del titolo di Dottore “Trattandosi di una rinomata maestra di teologia, oggetto di molti e autorevoli studi” (Lettera apostolica).

Ecco quattro donne illustri per santità di vita, per ortodossia nella fede e per avere con i loro scritti arricchito il Magistero della Chiesa. Sembra che presso la Congregazione della Causa dei Santi altre sono in lista d’attesa per superare l’esame di laurea.