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La” nuova” programmazione economica richiesta dal passaggio dal capitalismo fordista al capitalismo digitale

L’8 novembre u.s. – nel contesto della mostra del tartufo di Fabro – ha avuto luogo un incontro sulla programmazione territoriale in Umbria, presenti, tra gli altri, numerosi sindaci del territorio e l’Assessore allo sviluppo economico della Regione, De Rebotti. Il sottoscritto, in rappresentanza del CTS, ha presentato alcune riflessioni relative al passaggio dalla competizione tra territori a quella tra piattaforme: ecosistemi digitali che collegano produttori, fornitori, ricerca, servizi e cittadini, in reti globali. Il territorio non scompare, ma si trasforma: da luogo fisico diventa sistema connesso, dove il valore nasce dalle relazioni, dai dati e dalle connessioni.

L’Italia, patria dei distretti industriali, ha subito più di altri il tramonto del modello fordista, in cui la localizzazione produttiva era indotta dalla presenza dei mercati di fornitura e di sbocco. Negli ultimi trent’anni la quota di imprese manifatturiere si è ridotta di quasi la metà.
Intere aree – come Orvieto e gran parte del Centro Italia – hanno visto un processo di “terziarizzazione povera”: più servizi a basso contenuto tecnologico, meno innovazione e salari stagnanti. Tale crisi riguarda non solo la decrescita economica ma anche la scomparsa dei ceti medi imprenditoriali, in regressione verso le classi immediatamente sottostanti dei prestatori d’opera. Un solco che segna l’accentuazione dall’economia del profitto a quella della rendita.

Questi cambiamenti, che non è esagerato definire epocali, impattano anche sull’efficacia di fare programmazione territoriale; l’idea di base di tale politica è che un impulso, esogeno o indotto dall’intervento pubblico, tramite alcuni canali di trasmissione produce risultati sulle variabili obiettivo della manovra. Questi canali di trasmissione, in estrema sintesi, sono costituiti, in primo luogo, dall’incremento della domanda sui fornitori delle imprese che sperimentano lo shock iniziale (moltiplicatore sulla filiera di produzione o effetto Leontief); in secondo luogo, dagli effetti che l’aumento di domanda ha sul reddito (moltiplicatore di domanda o effetto Keynes); infine, dall’effetto sugli investimenti indotti dal movente di preservare il livello ottimo di capitale per unità di prodotto (effetto accelerazione, o effetto Harrod-Domar).

Il presupposto è che tali impulsi rimangano in loco, cioè che il sistema economico locale oggetto della programmazione sia quanto più possibile integrato e conchiuso; tale presupposto non è verificato in presenza del capitalismo delle piattaforme: questo rende molto meno efficace la programmazione territoriale, così come concepita in presenza del capitalismo fordista. In altre parole, la piattaforma crea una sorta di “distretto economico sintetico”, suscitando economie di relazione, diffusione di conoscenza e contenimento dei costi di transazione, questo “domina” l’effetto territoriale. Gli shock economici si propagano sulla piattaforma, contrariamente a quanto presupposto nella programmazione territoriale che li presume rimanere in loco.

Del resto, la strategia d’aggirare l’ostacolo facendo sì, ammesso che sia possibile, che le imprese del territorio non partecipino alle piattaforme, implica utilizzare un modo di produzione sorpassato e, soprattutto, meno redditivo, condannando chi l’adotti a uscire dal mercato. La piattaforma, infatti, gode di sensibili esternalità positive, cioè non interne all’azienda ma afferenti all’habitat, che sono tipiche della rete e del distretto: miglioramento del capitale umano (imprenditorialità, creatività), del capitale di cooperazione (alleanze strategiche, servizi in partenariato), del capitale da servizi privati di relazione (trasferimento risultati della R&S). Molto rilevanti nelle economie di piattaforma sono gli spin-off con istituti di formazione.

Tutte queste variabili vanno a costituire il capitale territoriale: asset materiali e immateriali (del tipo di quelli citati) pubblici o privati, generati da processi endogeni (sviluppo di conoscenze) o esogeni (investimento multinazionali o Stato).

Pertanto, il capitalismo digitale può offrire un’opportunità ma richiede un radicale cambio di mentalità e un approccio nuovo alla pianificazione. Le imprese non competono più isolatamente: si muovono in reti di relazioni che coinvolgono università, centri di ricerca, finanza, pubblica amministrazione e cittadini. L’impresa diventa nodo di una rete più ampia — una piattaforma territoriale — che genera valore non solo economico, ma anche sociale e culturale.  

In questo scenario, la politica deve porsi come regista e mediatore culturale dello sviluppo, capace di tenere insieme economia, formazione, ricerca e welfare. Le piattaforme – pubbliche o private – possono generare ricchezza solo se inserite in una strategia di sistema, con politiche industriali, energetiche e formative coerenti. Questo significa pianificare non più solo lo spazio fisico (le infrastrutture, i trasporti), ma anche quello virtuale, fatto di reti digitali, dati e connessioni.

In un’economia in cui la distanza chilometrica conta sempre meno, la “pianificazione del territorio” deve diventare pianificazione delle relazioni.

Inoltre, da un punto di vista metodologico, nei piani territoriali, così come sono solitamente posti in essere, non sono chiaramente esplicitati gli obiettivi finali(pe occupazione, reddito, reddito/pro-capite), né le variabili strategiche da cui dipendono gli obiettivi finali (pe investimenti privati, progresso tecnico, produttività) e quelle operative, da attivareper «muovere» le variabili strategiche e per questa via gli obiettivi finali (pe investimenti pubblici, aliquote di tassazione, politiche dei trasporti, infrastrutture, scuole). Non vi sono stime quantitative d’impatto dei progetti(leve operative) sugli obiettivi finali né il valore attuate netto (sconto dei flussi di cassa).

In tali situazioni il piano territoriale è del tutto apodittico, una sorta di “articolo di fede”.

Heidegger in “Essere e tempo” (1927) si domanda se l’essere “prima abita e poi pensa il territorio o se prima lo pensa e poi lo abita”.  Nell’ interrogativo c’è tutta l’ambivalenza della parola “territorio”, imbevuta di un sincretismo che la rende ambigua: è sia comunità, risaldata dal DNA ideale della comune provenienza, sia dimensione spaziale della cittadinanza politica di rete, definita dalle nuove tecnologie digitali. Le piattaforme produttive non sono altro che il tentativo dei contesti locali di coniugare tradizioni produttive di lungo periodo con le nuove istanze dettate da processi di modernizzazione digitale, drammaticamente selettivi nella competizione tra aziende.

Il passaggio dal fordismo al capitalismo digitale non è solo economico: è un cambiamento di paradigma, richiede nuove regole, nuovi strumenti e soprattutto una nuova cultura politica. Una politica che non rincorra l’economia, ma la orienti. Mentre l’economia nutrendosi della schumpeteriana “distruzione creatrice” sprigiona flussi che tendono alla globalità e al rigetto del controllo, la politica imposta, regola, controlla: entrambe, economia e politica, funzionano insieme e sono impotenti prese singolarmente, come le due lame di una forbice. Si apra, pertanto, un tavolo tra rappresentanti degli imprenditori, dei lavoratori, dei professionisti, delle associazioni attive sul territorio, delle scuole, degli enti di formazione, per stabilire insieme la rotta: sta alla politica – anzi, alla Politica – decidere gli obiettivi e pianificare l’accordo tra gli attori coinvolti: il resto è téchne