Il report a cura di “Cittadinanza Territorio Sviluppo Impresa sociale” analizza la demografia delle imprese e dei lavoratori nel comune di Orvieto, includendo i dati aggiornati dal 2023 fino al primo trimestre del 2025. Il sistema produttivo di Orvieto mostra una tenuta solo apparente. Nonostante il numero di imprese sia rimasto quasi invariato, passando da poco più di 2.000 nel 2019 a meno di 2.000 nel 2025, il numero di addetti è calato di circa 500 unità. Le aziende resistono, ma con meno personale, diventando più “leggere” e spesso riducendo le loro dimensioni operative. Questo segnale di progressiva fragilità rischia di minare la capacità della città di generare reddito e mantenere la coesione sociale.
La fotografia dei settori economici rivela dinamiche complesse. Il manifatturiero rappresenta l’area più critica, con gli addetti crollati di quasi il 40% dal 2019 al 2025, un chiaro segnale di deindustrializzazione. Anche l’agricoltura soffre, con una riduzione di manodopera di quasi un quinto e un problema di ricambio generazionale.
Al contrario, il settore delle costruzioni e immobiliare ha goduto di forte vitalità, trainato dalle misure di incentivo edilizio. Il commercio mostra una dinamica diversa: si sono ridotti i negozi di prossimità, ma è cresciuta la concentrazione in catene e strutture organizzate, con un aumento degli addetti. Segnali positivi arrivano dal turismo e dalla ristorazione, settori che, dopo la pandemia, hanno ripreso vigore, riportando l’occupazione in crescita. Anche i servizi professionali registrano una crescita lenta ma costante.
Orvieto si trova di fronte a un paradosso evidente: mentre l’Umbria e l’Italia mostrano una crescita dell’occupazione, la città continua a perdere addetti, anche nei mesi più recenti. Nonostante ciò, alcuni andamenti locali, come il boom delle costruzioni e la crescita del turismo, sono in linea con le dinamiche macroeconomiche. A differenza del contesto nazionale, però, la manifattura locale soffre più che altrove. Il report indica che la città si trova a un bivio. Da un lato, c’è il rischio di scivolare in un modello di “villaggio turistico”, con una dipendenza eccessiva da settori stagionali. Dall’altro, c’è l’opportunità di costruire un’economia più equilibrata, che sappia coniugare turismo e cultura con un agroalimentare di qualità, servizi professionali e una manifattura artigianale rinnovata.
La politica economica locale deve agire su due fronti: consolidare ciò che cresce (turismo, costruzioni, servizi) e riattivare ciò che declina (manifattura e agricoltura). Per il 2030, il successo non si misurerà solo dal numero di imprese, ma dalla loro capacità di generare lavoro di qualità, invertire la curva occupazionale e trattenere i giovani sul territorio. La rotta è chiara, ma richiede interventi mirati e strategici per evitare che le tendenze attuali si traducano in una fragilità economica e sociale sempre maggiore.
l successo futuro non si misurerà solo dal numero di imprese, ma dalla loro capacità di generare lavoro di qualità e di invertire la curva occupazionale, trattenendo i giovani sul territorio.
Il rapporto propone alcuni indicatori chiave (KPI) per monitorare i progressi fino al 2030, tra cui:
- Il tasso di variazione dei lavoratori (obiettivo: tornare a una crescita uguale o superiore a 0% entro il 2027).
- La quota di lavoratori nel manifatturiero (obiettivo: limitare la perdita a meno del 5% tra il 2025 e il 2027).
- La permanenza media dei turisti (obiettivo: un aumento del 10% entro il 2026).
- Il tasso di natalità d’impresa locale rispetto all’Umbria (obiettivo: colmare il divario negativo entro il 2027).