Dopo anni di discussioni – di cui rivendico la genealogia in nome, in primo luogo del precedente CDA del Centro Studi città di Orvieto e in secondo luogo del CTS – sembra che ormai si sia trovato un accordo su alcuni punti critici relativi al tipo di sviluppo che ha avuto e sta continuando a sperimentare Orvieto: dopo tanto dibattere tutti finiscono per concordare che, come ci ricorda Gertrude Stein, “una rosa è una rosa è una rosa”!
Fuori di metafora: per avere un tipo di sviluppo che si autoalimenti occorre, in estrema sintesi, che a) i settori trainanti siano “base” – cioè come insegna Sraffa entrino direttamente o indirettamente nella produzione di gran parte degli altri e viceversa – e b) siano prossimi alla frontiera efficiente delle tecniche, ovvero siano quelli suscettibili di aumentare la produttività: il settore turistico non possiede nessuno di questi due connotati, per cui non è idoneo a fare da traino. Chi abbia ancora dei dubbi, si lasci convincere dalla prova ontologica: pur in presenza di tanti anni di soddisfacente crescita del turismo, confermata anche dai freschissimi dati del 2024, il panorama socio-economico di Orvieto si è trasformato in una foresta pietrificata!
L’elenco dei problemi che avvalora quanto dico sarebbe molto lungo, per amore di sintesi si può citare: la bassa crescita economica – che si riflette nel nanismo delle imprese e nei contenuti e stazionari redditi – la scomparsa di intere filiere di produzione, la crisi demografica; cartine al tornasole di questo habitat sono il basso livello degli investimenti e il conseguente eccesso di risparmio che si metamorfosa in un’ipertrofia dei depositi bancari e in un saldo positivo dei conti con i non residenti – dato dal turismo – che implica che il “nostro” risparmio finanzia gli investimenti dei non residenti.
In particolare, l’inverno demografico, e del “nostro malcontento (mai) trasformato in luminosa estate”, implica che la risorsa scarsa – che limita il processo di crescita – sia il fattore lavoro-qualificato: tale vincolo crea un plafond per gli investimenti che non utilizzano tutto il risparmio disponibile a causa di un eccesso di capitale per addetto che si riverbera in un impatto negativo sulla produttività.
Del resto, questo va detto chiaramente, molti di questi problemi si manifestano anche a livello nazionale: da una indagine Infocamere-Movimprese è emersa una crisi della manifattura, segnata dalla scomparsa di una impresa su dieci rispetto al 2019, si tratta di 59 mila attività perse! Lo stock di imprese operanti nella manifattura era 497 mila al 31.12.24 contro 556 mila del 31.12.19 (-10,6%). Il fenomeno non dipende esclusivamente dalla pandemia, tant’è che, per esempio, a fine 2014 il comparto annoverava 588 mila imprese. In base a uno studio Prometeia-Intesa S. Paolo, il fatturato della manifattura nel 2024 è sceso del 2,4% (3,6% a prezzi costanti). Infine, anche a livello nazionale le dinamiche demografiche sono assai preoccupanti.
Insomma, tutto il sistema Italia presenta un’inclinazione verso settori maturi e a basso valore aggiunto; questo è anche un portato della globalizzazione, intendendo con questo termine il processo che mira a minimizzare i costi di transazione, collegando in un unico immenso mercato – i dazi di Trump permettendo – gran parte del mondo industrializzato; tale processo, generando mercati liquidi e senza distorsioni, consente la specializzazione produttiva e la conseguente diversificazione internazionale del lavoro: ognuno produce ciò che sa fare meglio anziché quello che desidera consumare, in un secondo tempo scambia con il bene preferito quello prodotto, questo massimizza la produttività e il ritorno sul capitale, cioè i profitti.
Tali dinamiche legate alla nuova diversificazione del lavoro, fanno sì che l’Italia rischi di accentuare la propria vocazione divenendo, pressoché esclusivamente, offerente di servizi al turismo: quindi il crepuscolo di Orvieto, purtroppo, s’inserisce in un declino più ampio.
Peraltro, nel computo del valore aggiunto del turismo si dovrebbero computare le esternalità negative, cioè costi non presenti nei bilanci delle imprese ma sopportati dalla collettività, come l’incremento del costo delle abitazioni, la scomparsa di attività commerciali non legate al turismo, una certa perdita di identità; questi fenomeni fanno sì che il costo sociale di produzione del turismo sia maggiore del costo privato e che, pertanto, il valore aggiunto sociale sia molto più basso di quanto non desumibile dalla statistiche sui bilanci aziendali e/o dai conti dei privati.
Allora, siamo condannati al declino? Io francamente non lo so, sono in gioco forze epocali di morfogenesi di una nuova forma di capitalismo, facente leva su risorse di cui il nostro territorio non dispone: liquidi mercati competitivi che inducano alla diversificazione del lavoro e alla specializzazione, una dinamica demografica che alimenti la sfera produttiva di giovani adatti al nuovo, una dimensione aziendale in grado di suscitare rendimenti di produzione elevati e/o economie di scala e di scopo.
Problemi formidabili: siamo al redde rationem, prodromo del Dies irae? Forse no!
Come già osservato nei lavori del CTS, ma anche da altri osservatori, due cose sembrano imprescindibili: il miglioramento della connettività sia ferroviaria, sia digitale e un disegno di sgravi fiscali che faciliti la nuova residenzialità; per esempio, si potrebbe pensare a una minore tassazione sugli immobili destinati alla locazione a neo-residenti.
In ogni caso, prima di agire si dovrebbe comprendere, coagulando le varie forze in campo: a questo scopo, ad esempio, si potrebbe creare un gruppo di lavoro permanente, snello e operativo – che potrebbe essere coordinato dall’assessore con deleghe sugli aspetti tributari ed economici, oppure dal Centro Studi – composto anche dai rappresentanti della vita associativa con focus su problematiche legate allo sviluppo economico; questo consesso dovrebbe mirare a costituire una joint venture con un soggetto – selezionato dal mondo della consulenza o di estrazione universitaria – con competenze di tipo statistico-informatico; il partenariato avrebbe l’obiettivo di realizzare un modello stilizzato del funzionamento dell’economia dell’orvietano. Attualmente, con le nuove tecniche di machine learnig dovrebbe essere molto più semplice che in passato. L’approccio dovrebbe, almeno, consentire due tipi di inferenze; in primo luogo, la matrice delle interdipendenze settoriali (detta di Leontief, dal nome dell’economista che l’ha ideata e a cui è valsa il premio Nobel nel 1973) che descrive le relazioni tra i settori in termini di input – output, evidenziando quali sono i settori strategici, “base” secondo la terminologia sraffiana, atti a interpretare il ruolo di locomotiva dell’intero economia orvietana; in secondo luogo, il modello descritto dovrebbe consentire previsioni per stabilire la reazione di alcune variabili target, tipicamente il reddito e l’occupazione, in risposta ad altre variabili strumentali, cioè di policy, attivabili come leve gestionali da parte del Comune.
Certo, il compito non è semplice, ma la posta in gioco e l’inerzia dell’habitat se lasciato a sé stesso richiedono fin da subito – il tempo si è fatto breve – di osare, tutto il resto, per dirla con il bardo, è silenzio…