Chiudono negozi, ormai troppi e soprattutto storici. In poche settimane hanno abbassato o stanno per farlo Pollegioni, Pedetti e Macelleria Filippeschi. Cosa sta succedendo in città?
Sicuramente c’è un problema di cambio generazionale con le nuove che cercano nuovi stimoli e, magari, un lavoro più sicuro lasciando che l’attività di famiglia chiuda. Rimangono poi i negozi vuoti lungo le vie più centrali della Rupe, tristemente tappezzati di manifesti e locandine anch’esse spesso datate. Così sempre più servizi nel centro storico non ci sono più o hanno una varietà più limitata con l’inevitabile aumento dei prezzi per manifesta mancanza di concorrenza. E i residenti, sempre meno, del centro storico alla ricerca di una zip, un bottone sono costretti a prendere la macchina o, per gli informatizzati, a ordinare online.
Il cambio generazionale non è il nodo principale. Rimangono centrali due punti, il calo demografico, con conseguente “fuga” di abitanti tra i 25 e i 55 anni, e il costo degli affitti e delle tasse di competenza comunale. Il forte aumento dell’età media degli abitanti del comune e in particolare del centro storico incide su tutta una serie di settori commerciali come elettronica, telefonia, calzature, abbigliamento sportivo, solo per citarne alcuni. La progressiva “turistizzazione” favorisce, invece, le attività extra-alberghiere, food, bar, souvenir. Il cambio di destinazione di alcune attività è sotto gli occhi di tutti. Contemporaneamente si fa meno aggressiva la concorrenza interna quindi i prezzi si vanno livellando sempre più verso l’alto, complice non sempre l’inflazione. Le principali concause le abbiamo lasciate per ultime. Nell’area centrale delle Rupe gli affitti sono a livelli quasi “romani”, sempre in rapporto, senza avere numeri anche solo paragonabili alla Capitale. Un negozio sotto i 1500 euro è difficile da trovare, ovviamente con una metratura adeguata ad ospitare attività che hanno bisogno di spazio seppure non esagerato. Si arriva anche ad oltre 4mila euro mensili. Questi costi vengono immediatamente rovesciati sul cliente finale favorendo il “pendolarismo” da shopping verso la vicina Viterbo se non sull’immenso mercato digitale. Come risultato molte attività vanno fuori mercato complice anche la tassazione comunale ai massimi ormai da più di un decennio e le tariffe di acqua e rifiuti fra le più care a livello nazionale.
Il risultato è la chiusura di negozi storici della città, un turn-over di attività marcata e volumi in calo con esclusione di una parte del comparto food.
Parola alla politica per mitigare gli effetti laddove possibile, utilizzando la leva fiscale, i regolamenti e le ordinanze, le leggi regionali e nazionali per stimolare la micro-economia del cosiddetto commercio di vicinato, vitale per l’economia più generale di una città sotto i 20 mila abitanti, con un’età media più alta di tutta l’Umbria e oltre quella dell’Italia, con un gran numero di pendolari che spesso spendono fuori per ovvi motivi.