I dazi, fortemente voluti dal presidente Trump, stanno facendo crollare i mercati di tutto il mondo. In Italia, intanto, si è aperto il dibattito sulle conseguenze in particolare per un settore chiave, quello del vino. Abbiamo chiesto a Bernardo Barberani socio e direttore commerciale della Cantina Barberani, quali sono i timori e le sensazioni sul prossimo futuro del settore negli Stati Uniti.
Partiamo dall’inizio. Il presidente Trump ha deciso di applicare dazi del 20% sul vino proveniente dall’Italia. E’ inevitabile una contrazione delle esportazioni?
L’effetto-annuncio e i timori conseguenti espressi da molti analisti hanno un ruolo determinante su questi primi giorni. Penso che l’apertura di trattative e i nuovi prezzi per la clientela potranno far rientrare in gran parte questa paura. Per quanto riguarda il vino si tratta, in realtà di circa 2 o 3 dollari in più per quelli che sono nella fascia tra 12 e 16 dollari. Insomma non dovrebbe essere una vera catastrofe soprattutto per i vini di fascia alta che hanno una clientela con disponibilità economiche ben superiori alla media.
Insomma mi sembra di capire che trapela un certo ottimismo…
No, i dazi sono un problema ma non una tragedia. La mia è più un’opinione supportata anche da un recente viaggio proprio negli USA dove ho registrato un grande fermento positivo. Negli Stati Uniti durante il periodo elettorale tradizionalmente si ferma un po’ tutto, poi si riparte senza grandi scossoni perché l’elezione è certa e il governo lo è altrettanto. Nel caso di Trump è chiaro che stia giocando una partita complessa e, a tratti, pericolosa. Come in tutte le partite i contendenti si incontrano e solo alla fine si avrà certezza del risultato. Un ruolo centrale lo ha la politica europea che fino ad oggi non ha certamente reso facile il lavoro delle imprese, anzi in molti casi ci ha complicato la vita.
In che senso intende “ci ha complicato la vita”
Basta una sola parola: regole. E’ tutto complicato per chi produce in Europa. Certo, i nostri prodotti sono di ottima qualità ma non c’è una promozione adeguata, uno storytelling che convinca i potenziali clienti dell’alta qualità delle nostre produzioni. E in Italia la musica non cambia anche se oggi qualcosa sembra che stia cambiando.
Torniamo ai dazi. Quale sarà il futuro prossimo?
Ribadisco che superato questo primo periodo di incertezza e paura poi qualcosa succederà. Bisogna capire come si svilupperà il dialogo tra Ue e Stati Uniti. Però ricordo che i dazi non sono solo quelli statunitensi. Per il vino da circa sei mesi in Gran Bretagna il governo ha approvato una tassa proporzionale al grado alcolico. E’ un duro colpo per la nostra produzione in particolare dei “grandi rossi” che hanno un grado alcolico superiore ai 14 gradi.
Quindi non solo i dazi USA sono un problema?
Assolutamente no. L’incertezza dei mercati internazionali è iniziata con la guerra in Ucraina e la conseguente chiusura del mercato russo che per il vino italiano era un mercato ricco e alternativo a quello americano. Per lo sviluppo servono pace, libertà di mercato, regole certe e non vessatorie. Ora è necessario che si apra un confronto franco e aperto tra Ue e Stati Uniti per evitare che la situazione peggiori con dazi più alti che allora sì diverrebbero drammatici per le nostre produzioni. Per chiudere la speranza vera è che si trovi un giusto compromesso tra le varie percentuali di tassazione per armonizzarle per quanto possibile e un sistema che intervenga con dazi ad hoc per chi fa concorrenza sleale magari sfruttando i lavoratori.