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Umbria e Medio Oriente: i legami societari alla prova della crisi geopolitica e lo spettro della stagflazione

L’economia globale non conosce periferie e così anche l’Umbria, apparentemente distante dagli epicentri delle tensioni internazionali, si trova a fare i conti con le turbolenze geopolitiche del Medio Oriente. Non si tratta solo di dinamiche macroeconomiche astratte, ma di connessioni concrete che passano attraverso gli assetti proprietari delle aziende e, soprattutto, i flussi dell’export. Interessante, da questo punto di vista, l’elaborazione di Infocamere in collaborazione con la Camera di Commercio dell’Umbria, aggiornata a fine 2025 che ne emerge impone un’attenta riflessione sulla tenuta del tessuto produttivo locale di fronte al prolungarsi dei conflitti.

A livello nazionale, le imprese italiane partecipate da soci residenti nell’area del Golfo e del Medio Oriente sono 3.839, per un valore di circa 415 milioni di euro. In Umbria, le società che registrano una partecipazione mediorientale sono 43, pari all’1,1% del dato italiano, per una capitalizzazione complessiva di circa 4,7 milioni di euro. I volumi finanziari non rappresentano una massa imponente, ma è la natura qualitativa di queste relazioni, che descrivono vere e proprie partnership strutturate. Se in Italia la quota media di possesso del capitale in queste casistiche si attesta al 6,9%, le percentuali salgono al 62% per gli investitori del Qatar, al 46% per l’Oman e al 34% per gli Emirati Arabi Uniti.

La distribuzione geografica dei soci mediorientali nelle aziende umbre delinea una mappa in cui il gruppo più numeroso è quello riconducibile a Israele, con 12 società partecipate (pari al 28,6% del totale regionale), seguito, ironia della sorte, dall’Iran con 9 società. Completano il quadro l’Arabia Saudita e la Siria con 5 società ciascuna, e infine Emirati Arabi Uniti, Giordania, Iraq e Libano con 3 società per Paese.

Se le partecipazioni societarie rappresentano l’ossatura degli investimenti, il vero nervo scoperto per l’economia umbra è il commercio estero. Attualmente l’Umbria esporta verso il Medio Oriente merci per un valore stimato tra i 180 e i 190 milioni di euro. Questa cifra si concentra in settori che costituiscono i pilastri dell’economia regionale, ovvero i macchinari e la meccatronica, i metalli e la metallurgia, il comparto moda e abbigliamento e l’agroalimentare.

Un inasprimento o un prolungamento della guerra in Medio Oriente rischia di colpire duramente questi comparti, innescando conseguenze a cascata su tutto il sistema produttivo. Se il conflitto dovesse cronicizzarsi, le ripercussioni andrebbero infatti ben oltre la semplice flessione della domanda nei mercati di sbocco diretti dell’area. Il primo campanello d’allarme riguarda la catena di approvvigionamento globale e la logistica: il blocco o il rallentamento delle rotte marittime strategiche, come quelle che attraversano il Mar Rosso e il Canale di Suez, comporta un’impennata dei costi di nolo e dei premi assicurativi. Questo non solo ritarda le consegne, ma rende le merci esportate meno competitive sui mercati internazionali e fa lievitare i costi dei componenti importati necessari all’industria locale.

Se questo non bastasse c’è poi il grande punto interrogativo rappresentato dai costi dell’energia. Un’estensione del conflitto, o peggio un più diretto coinvolgimento dei principali Paesi produttori di petrolio e gas della regione, provocherebbe un nuovo shock dei prezzi dell’energia e delle materie prime. Questo colpirebbe in modo asimmetrico settori fortemente energivori, come quello della metallurgia umbra, erodendone i margini di profitto. L’inevitabile aumento dei costi di produzione si scaricherebbe in breve tempo sui prezzi finali, alimentando nuove fiammate inflazionistiche globali.

E torna ad affacciarsi lo spettro della stagflazione, ovvero una pericolosa combinazione macroeconomica caratterizzata da un’alta inflazione spinta dai costi operativi e da una crescita economica debole, nulla o addirittura negativa, causata dal calo della domanda globale. Le conseguenze immediata sono una maggiore pressione sui bilanci, un rincaro del costo del denaro (dovuto a banche centrali costrette a mantenere tassi di interesse alti per frenare l’inflazione), una drastica riduzione della propensione agli investimenti per la modernizzazione degli impianti e inevitabili, pesanti ricadute sui livelli occupazionali.

Di fronte a queste prospettive, le istituzioni mantengono un livello di guardia elevato. Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria, ha sottolineato come i dati indichino che la regione non sia tra le più esposte in Italia sul fronte delle partecipazioni dirette, ma ha avvertito che ciò non significa immunità. Se la guerra dovesse protrarsi, ha spiegato Mencaroni, al ridimensionamento degli investimenti si aggiungerebbe il rischio di un rallentamento dell’export, configurando un doppio contraccolpo per le imprese in uno scenario internazionale fragile. Una crisi prolungata potrebbe spingere diverse economie verso una fase recessiva, con conseguenze rilevanti anche per i territori più dinamici. Per questo motivo, la Camera di Commercio sta monitorando l’evoluzione della situazione in stretta sinergia con le altre istituzioni locali, con l’obiettivo di farsi trovare pronti e contenere l’impatto sul tessuto produttivo dell’Umbria.