Il PIAO, il Piano Integrato di Attività e Organizzazione 2026-2028 approvato dalla USL Umbria 2 e citato nell’ultimo consiglio comunale dalla sindaca Tardani, lo abbiamo analizzato dal punto di vista generale, senza entrare nel particolare tecnico perché non abbiamo le competenze mediche necessarie. Tuttavia, i numeri e le dichiarazioni rendono un’immagine poco rassicurante per la sanità umbra e orvietana in particolare.
Partiamo dal dato demografico, che è la base di ogni ragionamento serio. Quasi il 29% della popolazione ricadente nella Usl Umbria 2 ha un’età superiore ai 65 anni e il valore è in costante aumento dal 2015. Il contemporaneo calo della popolazione under 50 indica una crescita esponenziale delle esigenze di cura per cronici e comorbilità, mentre certifica la “crisi” strutturale per servizi come i punti nascita. Dare risposta a queste nuove esigenze comporta un cambio di progettualità radicale. A pagina 72 il PIAO certifica nero su bianco come Orvieto sia attualmente marginale nel sistema sanitario umbro e che il futuro non sia, ad oggi, roseo.
Ecco lo stralcio ormai famoso del documento: “La carenza strutturale di medici a livello nazionale vanifica il forte impulso che la direzione aziendale ha dato nel corso del 2025… i numerosi tentativi messi in atto mediante l’indizione ripetuta di avvisi… non hanno reso possibile soddisfare il reale fabbisogno… Tale criticità risulta ulteriormente aggravata in alcuni territori… ormai considerati particolarmente svantaggiati e scarsamente attrattivi sia per i giovani professionisti sia per il personale già formato. Ne rappresentano un esempio emblematico il territorio di Orvieto… Nelle realtà sopra richiamate si è infatti registrato un numero elevatissimo di rinunce… Le maggiori difficoltà si riscontrano nelle discipline di Anestesia e Rianimazione, Medicina d’emergenza-urgenza, Pediatria, Psichiatria, Cardiologia, Ortopedia… A ciò si aggiunge la difficoltà di non poter procedere con le assunzioni degli specializzandi, laddove le strutture non appartengono alla rete formativa”.
Perché i medici fuggono davvero? Il documento attribuisce la colpa alla geografia e alla distanza dai capoluoghi accademici. È vero, ma è una mezza verità. La realtà che la politica deve avere il coraggio di guardare in faccia è un’altra: a Orvieto i professionisti non si fermano perché, fondamentalmente, non hanno possibilità di crescere professionalmente. Un medico ambizioso non sceglie un ospedale dove non si è investito in specializzazioni d’eccellenza, dove mancano i casi complessi , in linea con la mission del nosocomio e senza fughe in avanti, che fanno “curriculum” e dove, ad esempio, manca ancora una vera UTIC (Unità di Terapia Intensiva Cardiologica), costringendo il personale a lavorare con strumenti spuntati. Senza investimenti tecnologici e reparti specialistici che facciano scuola, Orvieto rimarrà sempre una tappa di passaggio.
La demografia impone la fine dei doppioni Qui entra in gioco la politica, quella con la P maiuscola. Una Regione in forte calo demografico e con un indice di invecchiamento tra i più alti d’Italia non può più permettersi la logica del “tutto ovunque”. È imperativo limitare i doppioni e smettere di tenere in vita o progettare di costruire strutture troppo vicine che erogano gli stessi servizi in modo inefficiente. La sanità del futuro richiede di convertire risorse verso spazi di cura per lungodegenti e posti di riabilitazione, la vera emergenza sociale dei prossimi vent’anni.
No al placebo fiscale Politica e tecnici devono costruire un modello sostenibile, prevenendo le acuzie nei cronici con le nuove tecnologie. Ma sia chiaro: la sostenibilità non si raggiunge mettendo le mani nelle tasche dei cittadini. Pensare di curare un disavanzo che non è episodico, ma ormai strutturale, attraverso l’aumento dell’addizionale regionale IRPEF è un errore strategico imperdonabile. L’aumento delle tasse rischia di trasformarsi in un inutile placebo: una misura non solo profondamente impopolare, ma tecnicamente inefficace. Agire sulla leva fiscale tampona forse il sintomo immediato (la cassa), ma lascia intatte le cause profonde della malattia (l’inefficienza del sistema). Non serve “più benzina” in un motore rotto; serve riparare il motore, anche con scelte apparentemente impopolari ma necessarie per salvare la sanità pubblica.