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United Colors of Orvieto

Meglio dirlo subito: Orvieto non è una città da salvare. Per un motivo semplice: secondo alcune convenzioni statistiche, se si scivola sotto i ventimila abitanti (come sta accadendo) non si rientra propriamente nella categoria “città”. Un concetto al quale Orvieto, comunque, deroga per storia, bellezza, vivibilità. E adesso anche per accoglienza: risulta tra le prime dieci realtà ospitali a livello mondiale secondo Booking.com e, per questo, è stata premiata. Bene.

Si imporrebbe, a questo punto, il confronto con le altre nove, anche solo per capire se si è stati all’interno di una rilevazione omogenea, se si è giocata la Champions oppure la Confederation Cup. Cioè con chi-cosa-come avviene la competizione. L’elenco delle vincenti si apre con Sigiriya, in Sri Lanka, sito archeologico piantato su una rupe, non di tufo, ma ricorda qualcosa. Poi vengono Cazorla, in Spagna, famosa per essere la porta d’accesso ai paesaggi della Sierra; e Urubici, in Brasile, conosciuta per la sua Pedra Furada (un gigantesco dolmen con un buco in mezzo). Seguono Taupo, ai margini del più grande lago della Nuova Zelanda; e St. Augustine, antico e preservato insediamento europeo negli Stati Uniti. Si piazzano, inoltre, Manizales, in Colombia, nota per vulcani e caffè; la tedesca Quedlinburg, famosa per le sue case a graticcio (e non solo); Ko Lanta, isola thailandese sostanzialmente senza abitanti, ma con molti turisti. Infine, Chester, nel Regno Unito, città nata come fortezza romana e resa affascinante dai suoi rows di epoca Tudor, portici a due piani che ospitano negozi e locali.

Ecco il punto: Orvieto se l’è giocata con nove destinazioni che non prevedono cattedrali, pozzi magici, Medioevo, etruschi, collezioni d’arte. Sarebbe quindi il caso di chiedersi se sia comparabile con chi “vende” un lago o un sasso bucato. O se non sia in atto, invece, un passaggio di categoria, necessario e figlio dei tempi dell’overtourism a Roccaraso e della selfietudine.

Il senso di tutto è che, comunque, una certa Orvieto non c’è più e rincorrerla è inutile. Chiudono i negozi storici e se uno risale da Piazza Cahen fino alla Cava, è impossibile non notare cartelli, serrande abbassate, vetrine che si spengono. Una (“Pedetti”, non c’è bisogno di dire altro) lo ha fatto da poco, lasciando in mostra un groviglio policromo di lane e tessuti che cattura lo sguardo. Quella vetrina è come se gridasse qualcosa a modo suo: forse lancia una sfida. A colori uniti.