Domenica 5 gennaio. Vigilia dell’Epifania. Serata fredda, con una pioggerellina sottile. Rientro a Orvieto dopo dieci giorni trascorsi nel mio natio e amato Cilento. Scendo dal treno alla stazione di Orvieto quando mancano pochi minuti alle sette. Salgo sulla funicolare e mi sento quasi un privilegiato: sono l’unico passeggero. Un attimo e sono già a piazza Cahen.
Abito in via Postierla, all’altezza del cipresso. Tre minuti a piedi, inutile aspettare il pulmino. Sistemo bene lo zaino sulla spalla, neanche troppo pesante, e mi incammino. L’orologio in piazza segna le 19.18. Piazza Cahen è completamente al buio. Nessuna luminaria, nessuna luce natalizia. Deprimente vedere così spenta e vuota di simboli la piazza che dovrebbe accogliere chi arriva in città. Attraverso sotto una pioggia fitta ma leggera, quasi piacevole.
Imbocco la strada in lieve salita che mi porterà a casa. A causa delle auto parcheggiate sulle strisce bianche sono costretto a camminare per una trentina di metri quasi al centro della carreggiata. A metà di quel tratto scorgo due fari scendere a forte velocità da piazza Marconi. Ho la netta sensazione che quell’auto mi travolgerà. Mi appoggio d’istinto a una macchina in sosta mentre il bolide mi sfiora.
Superato lo spavento affretto il passo. In meno di un minuto sono all’altezza della Asl. Qui la strada è in leggera semicurva e non sarebbe consentito parcheggiare. E invece ci sono almeno cinque o sei auto in sosta. Anzi, in pericoloso divieto di sosta. Mi fermo un istante, controllo che non stia scendendo nessuno e quasi di corsa attraverso quel tratto.
Arrivo ai giardinetti comunali. Strada completamente al buio. Nessun marciapiede, né a destra né a sinistra. Stavolta a scendere è un furgoncino, anche lui a velocità folle. Mi schiaccio contro il muro del palazzo delle monache di San Paolo. Passa a mezzo metro da me, così veloce che il conducente neppure si accorge della mia presenza.
Col cuore in gola percorro di corsa gli ultimi metri fino al mio vicoletto, all’altezza del cipresso. Mi infilo dentro e finalmente posso tirare un sospiro di sollievo.
È una sensazione che conosco bene. Ogni giorno, quando vado al lavoro a Ciconia in scooter, un brivido mi attraversa percorrendo questo stesso tratto da piazza Cahen al cipresso. Tra la velocità incontrollata delle auto e quella decina di tombini-incubo, con una circonferenza di sessanta, settanta centimetri, trasformati dal tempo in vere e proprie buche-trappola. Se ci passi sopra rischi di finire a terra, se li eviti – come sei costretto a fare con due ruote – procedi a zig zag, in modo pericoloso.
Salendo le scale di casa ripenso a via Postierla: buia, senza marciapiedi, con gran parte della carreggiata occupata da auto parcheggiate quasi sempre illegalmente e scambiata da troppi automobilisti per una pista di Formula Uno.
Un incubo autentico, continuo, vergognoso, per chi qui ci vive.