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Oltre la cartolina: perché il turismo non basta a salvare l’economia (e Orvieto c’è chi lo sa)

Se dovessimo misurare la salute della nostra economia basandosi solo sui comunicati stampa della politica, penseremmo che il futuro dell’Umbria e dell’Orvietano sia scritto esclusivamente nelle presenze alberghiere. Ma c’è un dato, freddo e inappellabile, che racconta un’altra verità: i numeri di Eurostat sul Valore Aggiunto per addetto.

La classifica del 2023 parla chiaro: il turismo è il fanalino di coda, mentre settori spesso dimenticati dalla narrazione pubblica — Energia, Chimica, Farmaceutica, ICT — sono i veri motori che generano ricchezza reale.

Ma cos’è il “Valore Aggiunto”? Prima di analizzare i numeri, serve chiarezza. Il valore aggiunto non è semplicemente il profitto dell’azienda. È la ricchezza nuova creata da un’impresa al netto dei costi esterni. È la “torta” da cui si attinge per pagare stipendi, contributi, tasse per i servizi pubblici e investimenti. Un settore con alto valore aggiunto per addetto significa, quasi sempre, stipendi più alti, contratti più stabili e maggiore professionalità. Al contrario, un settore a basso valore aggiunto fatica strutturalmente a offrire salari competitivi, generando spesso lavoro povero o stagionale.

Secondo i dati Eurostat, datati 2023, in cima alla piramide svetta il comparto energia, con 385.700 euro per addetto. Qui rientrano le rinnovabili, un settore strategico e tecnologico. Seguono a ruota la manifattura farmaceutica (167,8 mila) e la chimica (121,4 mila).

Non stiamo parlando di realtà astratte: Orvieto e il suo comprensorio ospitano eccellenze proprio in alcuni di questi settori. Abbiamo aziende che operano nel farmaceutico e nelle tecnologie avanzate. Sono imprese che richiedono periti, ingegneri, tecnici specializzati; figure che vivono il territorio tutto l’anno, spendono qui i loro stipendi (che sono più alti della media) e creano un indotto qualificato. Ignorarle per parlare solo di flussi turistici è un errore strategico imperdonabile.  Scendendo leggermente, ma restando ben sopra la media nazionale (che è di 63,2 mila euro), troviamo l’Elettronica e l’ICT (Tecnologie dell’informazione). Anche in questo caso, il nostro territorio non è un deserto. Esistono realtà innovative nell’orvietano che competono sui mercati globali del digitale. Questo è il settore dal futuro più promettente: non ha bisogno di grandi infrastrutture fisiche, ma di “teste”. E le teste, se pagate bene, restano.

In fondo alla classifica, con appena 27.800 euro di valore aggiunto per addetto, c’è il turismo.

Sia chiaro: questa non è una battaglia contro il turismo. L’accoglienza è parte del nostro DNA e della nostra bellezza. Ma affidare l’intero sviluppo economico di un territorio e soprattutto spendere una parte ingente di soldi pubblici a livello regionale e comunale per un settore che genera meno della metà della ricchezza media nazionale è un controsenso economico.

C’è poi un problema strutturale, che potremmo definire “l’economia colabrodo”.

Quando un’industria manifatturiera locale produce, spesso crea una filiera corta. Ma nel turismo di massa odierno, gran parte del valore “scappa” via. Le piattaforme di prenotazione (OTA) portano le commissioni all’estero; le forniture alimentari spesso arrivano dalla grande distribuzione e non dai contadini locali; gli arredi vengono da grandi catene globali.

Il risultato? Il turista spende, ma una grossa fetta di quel denaro non resta a Orvieto. Restano i bassi salari e il consumo del territorio.

La politica locale non può essere monosettoriale. Serve una visione di crescita armonica.  Dobbiamo coccolare i turisti, certo, ma favorire chi vuole investire in tecnologia, energia e manifattura avanzata a Orvieto. Perché sono quelle le aziende che alzano l’asticella del benessere diffuso, che permettono ai giovani e soprattutto a quelli con qualifiche alte di restare.

Il turismo è la ciliegina sulla torta. Ma se sotto non c’è la torta — fatta di industria, artigianato e servizi avanzati — rischiamo di rimanere un presepe vivente bello, emozionante ma fuori stagione e mera rappresentazione non reale.