Leggo la replica di PrometeOrvieto e francamente resto colpito dal tono e dal contenuto. Il mio post non contestava il diritto dei risparmiatori a vedere riconosciute le proprie ragioni né minimizzava le perdite subite. Ho semplicemente ricordato un fatto accertato dalla magistratura: le responsabilità sono personali e non possono essere attribuite automaticamente a chiunque lavorasse in una filiale bancaria.
PrometeOrvieto sostiene che i dipendenti avrebbero dovuto comprendere da soli ciò che non avrebbero compreso gli amministratori, gli organismi di controllo, i revisori, le autorità di vigilanza e migliaia di investitori. È una tesi singolare.
Secondo questa impostazione, il funzionario di filiale avrebbe dovuto possedere una capacità di lettura e previsione superiore a quella dell’intero sistema che, in quegli anni, autorizzava, controllava e validava quelle operazioni. Si afferma poi che, essendo stato assessore al bilancio, avrei dovuto prevedere il futuro della Banca Popolare di Bari. Ricordo che fare l’assessore al bilancio di un Comune non significa avere accesso a informazioni riservate sulla situazione patrimoniale di una banca né disporre di strumenti diversi da quelli disponibili agli altri operatori. Trovo inoltre poco elegante il tentativo di personalizzare una vicenda che riguarda centinaia di lavoratori.
Il punto del mio post era un altro. Per anni molti dipendenti della Cassa di Risparmio di Orvieto sono stati descritti come complici, quando non addirittura come truffatori. Oggi una decisione giudiziaria afferma che almeno in alcuni casi quella rappresentazione era sbagliata. Difendere la dignità professionale di persone finite ingiustamente sotto accusa non significa negare il danno subito dai risparmiatori. Significa semplicemente riconoscere che in uno Stato di diritto le responsabilità si provano e non si presumono. Continuare a sostenere che chiunque lavorasse in banca dovesse essere considerato colpevole perché lavorava in banca significa perseverare in quella stessa ingiustizia che il mio post denunciava. C’è poi un passaggio della replica di PrometeOrvieto che considero particolarmente grave e che merita una risposta.
Scrivono: “La morale non può che essere: delle due l’una. Tutte le persone che si sono occupate della vendita delle azioni non erano state adeguatamente formate, oppure, per motivazioni varie, si sono evidentemente adeguate ad un sistema le cui conseguenze, come abbiamo visto, sono note”.
Francamente trovo questa affermazione offensiva, gratuita e inaccettabile.
Tradotta in termini semplici significa sostenere che centinaia di dipendenti della Cassa di Risparmio di Orvieto fossero o incapaci di svolgere il proprio lavoro oppure consapevoli complici di un sistema illecito. In altre parole, o imbecilli o truffatori.
Non esiste una terza possibilità.
È una rappresentazione profondamente ingiusta verso persone che hanno dedicato anni della loro vita professionale al servizio dei clienti e del territorio e che, nella stragrande maggioranza dei casi, hanno operato in buona fede seguendo procedure, regolamenti, strumenti informatici e direttive predisposte a livelli ben diversi da quelli di una filiale. Ed è ancora più grave che una simile accusa venga formulata senza alcuna prova individuale, in modo indistinto e collettivo.
Io continuo a pensare che i risparmiatori abbiano avuto pieno diritto di chiedere giustizia e tutela. Ma rivendico con la stessa forza il diritto di tanti lavoratori onesti a non essere dipinti, per il solo fatto di aver lavorato in una banca, come incapaci o come complici.
La magistratura ha ricordato che le responsabilità sono personali. Qualcuno continua invece a ragionare per categorie collettive. Ed è esattamente questo il pregiudizio che il mio post intendeva denunciare.