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La Piave e la sfida di Orvieto, superare gli steccati per ripartire

La Caserma Piave non è soltanto un grande complesso immobiliare in attesa ormai più che ventennale di una nuova destinazione ma è una parte fondamentale di Orvieto e un punto di partenza dal quale dipende la possibilità di immaginare e costruire il futuro della città. Pensare al recupero dell’ex Casermone come a un problema isolato, da risolvere attraverso singole operazioni o destinazioni occasionali, significa non coglierne fino in fondo il valore. La Piave riguarda Orvieto nel suo insieme e, proprio per questo, non può essere separata da una più ampia strategia di sviluppo urbano, economico e culturale.

E’ questa l’idea che sta alla base del libro Orvieto, Italia. Dalla Piave la Città della Cultura. Storia, prospettive, proposte, presentato in anteprima venerdì 9 ottobre nella Sala delle Quattro Virtù del Palazzo Comunale. La presentazione ufficiale è in programma sabato 7 novembre; nei prossimi giorni saranno comunicati luogo, orario e nomi dei relatori.

Il libro, curato dall’associazione Il Pensiero – Studium Civitatis Aps, nasce nell’ambito del progetto “Verso una nuova cittadinanza”, vincitore di un bando sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Orvieto. 

Il tentativo è quello di riportare al centro del dibattito pubblico il ruolo che può e che deve avere la Piave per il futuro di Orvieto e il suo sviluppo non monotematico.

Lo spiega il presidente dell’associazione, Franco Raimondo Barbabella quando, durante la presentazione, ha sottolineato che il libro “non è una battaglia contro qualcuno, ma un’autentica operazione di politica culturale, di memoria e di proposta per il futuro, convinti che senza una Piave pienamente operativa non ci sarà futuro per Orvieto e il suo territorio”.  Franco Raimondo Barbabella, già sindaco di Orvieto all’interno del volume è l’autore del saggio “La Caserma Piave, storia di un bene futuro. Un patrimonio che attende di diventare risorsa”.

La questione, dunque, non è difendere una posizione o riaprire una contrapposizione o portare avanti interventi slegati tra di loro. La Piave deve essere considerata una risorsa strategica, da ripensare insieme alla città e al territorio, con obiettivi chiari e una prospettiva di lungo periodo.

Un progetto unitario, non un insieme di occasioni

Il volume raccoglie quattro contributi, firmati da altrettanti associati con competenze differenti ma accomunati dalla conoscenza della città e dell’ex complesso militare. Accanto a Barbabella, Raffaele Davanzo affronta il rapporto tra restauro e rigenerazione urbana; Silvio Manglaviti ricostruisce la storia geotopografica del luogo e delle persone che lo hanno frequentato; Stefano Talamoni ripercorre il tema dei luoghi della cultura a Orvieto, mettendo in relazione il convegno che si è svolto nel 1981 specificatamente sul tema con le prospettive che si aprono oggi.

Il filo che unisce i contributi è la convinzione che la Piave non debba essere trattata come un peso da cui liberarsi, né come uno spazio da suddividere in modo occasionale per rispondere a esigenze contingenti. È un complesso unitario che può contribuire a ridisegnare una parte importante della città e a rafforzarne le funzioni.

Questo non significa immaginare una destinazione esclusiva, né escludere a priori la possibilità di ospitare attività differenti. Al contrario, proprio all’interno di un progetto complessivo si può ragionare su più settori, valutando le funzioni culturali, sociali, economiche e di servizio che potrebbero trovare spazio nell’ex caserma. Ma la pluralità delle attività deve essere il risultato di una strategia, non un intervento “one shot”.

La domanda da porsi non è soltanto che cosa possa essere collocato dentro la Piave, cosa Orvieto vuole diventare e in quale modo questo patrimonio possa concorrere al raggiungimento di quell’obiettivo. Senza una direzione condivisa, anche le singole iniziative rischiano di restare frammentarie, incapaci di produrre quel valore aggiunto che deriverebbe invece da un disegno comune.

È in questo passaggio che la Piave smette di essere una questione immobiliare e diventa una questione di politica urbana. Il suo recupero può incidere sulla vivibilità, sull’attrattività e sulla capacità della città di generare nuove opportunità. Per questo il destino dell’ex caserma non riguarda soltanto il centro storico o gli spazi racchiusi dalle sue mura: riguarda l’intero territorio orvietano.

Nata per superare una crisi, oggi può indicare una nuova strada

La storia della Piave aiuta a comprendere la portata della sfida attuale. Il complesso, la cui costruzione iniziò nel 1932, è stato riconsegnato al Comune nel marzo 2003. La sua restituzione alla città avrebbe dovuto aprire una nuova fase, trasformando un patrimonio ereditato dal passato in una risorsa per il futuro.

A distanza di oltre vent’anni, quella trasformazione rimane una questione centrale. E il confronto con le ragioni che portarono alla realizzazione della struttura può offrire una chiave di lettura anche per il presente. Allora Orvieto aveva bisogno di una risposta a una crisi strutturale; oggi la città si trova nuovamente nella necessità di individuare prospettive capaci di superare le difficoltà e di costruire nuove basi per il proprio sviluppo complessivo e non di un solo settore.

La Piave è sicuramente uno dei punti da cui ripartire, purché il suo recupero sia inserito in una visione più ampia e non venga ridotto alla ricerca di una sistemazione immediata per singole porzioni dell’immobile.

Il libro torna anche sulla vicenda di Rpo – Risorse per Orvieto, la società unipersonale partecipata dal Comune, e sul business plan approvato dal Consiglio comunale. È proprio la distanza tra le potenzialità progettuali e i risultati concretamente raggiunti a rendere necessario un nuovo confronto pubblico.

La storia ventennale della Piave, con la complessa e controversa vicenda di Rpo, pone infatti un interrogativo che va oltre le responsabilità dei singoli passaggi amministrativi: come è stato possibile che un progetto pensato per valorizzare un bene pubblico non sia riuscito a tradurre le proprie potenzialità in risultati adeguati? E che cosa occorre cambiare perché una nuova progettualità non finisca nuovamente per arenarsi?

Superare gli steccati e la paura del successo altrui

La risposta non può essere soltanto tecnica o amministrativa. Servono innanzitutto progetti credibili e le relative risorse economiche, le competenze, un contesto politico e istituzionale capace di sostenerli.  Quest’ultimo passo è fondamentale perché nel caso in cui si dovesse arrivare alla scelta di una via di sviluppo e rinascita sono necessarie collaborazione, continuità e poi la disponibilità a riconoscere il valore delle idee indipendentemente dal colore politico di chi le propone.

È una questione che tocca un limite più generale della vita pubblica: la difficoltà di superare gli steccati e di considerare il risultato positivo di un’iniziativa come un vantaggio per la comunità, anziché come un successo da attribuire a qualcuno o, peggio, da ostacolare perché maturato sotto una diversa guida.  In tal senso la triste vicenda di RPO è emblematica. 

Nella ricostruzione proposta da Barbabella, che ha seguito il progetto passo dopo passo, il socio di controllo non avrebbe accompagnato la realizzazione del business plan, finendo anzi per ostacolarne il percorso. Una vicenda che merita di essere valutata sulla base degli atti e delle responsabilità documentabili, ma che pone comunque una questione politica più ampia: un progetto di interesse generale può davvero svilupparsi se chi è chiamato a sostenerlo finisce per diventare un freno alla sua realizzazione?

La storia dovrebbe insegnare che le trasformazioni importanti hanno bisogno di convergenze e non di rivalità. Non è necessario condividere ogni scelta o rinunciare al confronto; è necessario, piuttosto, distinguere la legittima dialettica politica dall’incapacità di riconoscere un obiettivo comune. La Piave è troppo importante per diventare terreno di competizione permanente tra amministrazioni, gruppi o protagonisti della vita cittadina.

Il volume promosso da Il Pensiero-Studium Civitatis prova a riportare la discussione su questo piano: ricostruire il passato, individuare le potenzialità e mettere a disposizione elementi per una riflessione sul futuro. L’obiettivo dichiarato non è consegnare una soluzione definitiva, ma contribuire a una progettualità coerente, capace di misurarsi con la complessità degli interessi e delle condizioni esistenti.

L’ambizione indicata dal volume è quella di fare dell’ex caserma una leva per una Orvieto più solida, vivibile e attrattiva, fino a rafforzarne il ruolo di Città della Cultura e di città-territorio. Non è uno slogan, ma un obiettivo che richiede scelte, metodo e capacità di cooperare.

Perché la Piave non può diventare il futuro di Orvieto da sola. Ma senza la Piave, e senza una strategia capace di farne una parte viva della città, sarà molto più difficile costruire quel futuro.