I dati ufficiali sull’andamento demografico ci restituiscono un quadro desolante per l’intera Provincia di Terni che tra il 2019 e il 2025 ha perso quasi 10 mila abitanti. Sono numeri secchi, facili da leggere, difficili da digerire. Al primo gennaio 2019, i residenti erano poco meno di 225 mila. Al primo gennaio 2025, poco sopra le 215 mila. Una variazione di -9.630 abitanti. C’è qualcosa che allarma ancora di più, lo spopolamento è generalizzato tanto che sull’intero territorio provinciale non c’è Comune che abbia registrato una variazione positiva. Non c’è nemmeno un’eccezione. Non c’è un comune che sia rimasto stabile, e men che meno uno che abbia registrato una crescita demografica. È una crisi totale, strutturale, che investe il territorio nel suo insieme.
Terni, naturalmente, guida la classifica dello spopolamento in termini assoluti. Dal 2019 al 2025, il capoluogo ha perso 4.244 residenti, passando da 110.554 a 106.310 abitanti. È quasi il 4% della sua popolazione originaria, dispersa nell’arco di sei anni. In pratica in solo sei anni la città ha perso un’intera comunità di persone, un piccolo comune. Ma cosa significa questo numero per una città come Terni? Significa negozi che chiudono, scuole che perdono iscritti, servizi che diventano economicamente insostenibili, energia civica che si attenua. Significa giovani che se ne vanno e non ritornano, famiglie che scelgono di trasferirsi altrove, anziani che rimangono intrappolati in una città che si svuota. È il simbolo vivente del declino di un territorio industriale che non ha saputo reinventarsi dopo la crisi della grande industria.

Ma il dato che merita particolare attenzione è quello di Orvieto. Il secondo comune della provincia per numero di abitanti ha perso 1.210 residenti tra il 2019 e il 2025, passando da 20.406 a 19.196. È una perdita rilevante, pari al 5,9% della popolazione residente nel 2019 e la proiezione del 2026 è quella che vede una discesa sotto la soglia psicologia dei 19 mila abitanti. Per una città che vive principalmente di turismo e che dovrebbe essere caratterizzata da una certa stabilità economica, è un segnale allarmante.
Orvieto perde abitanti al ritmo di circa 200 persone all’anno. Non è esplosivo come il calo di Terni, ma è costante, inesorabile. E qui emerge una contraddizione: Orvieto ha il Duomo, ha una reputazione turistica internazionale, ha un patrimonio artistico di rilievo nazionale. Eppure non riesce a trattenere i suoi cittadini. Questo significa che il turismo, da solo, non è sufficiente a creare le condizioni economiche e sociali perché le persone scelgano di vivere in città.
Narni, la terza città della provincia, ha perso 1.070 residenti (da 18.839 a 17.769), pari al 5,7% della sua popolazione. È una perdita quasi equivalente a quella di Orvieto in termini percentuali, anche se leggermente inferiore in numeri assoluti. Come Orvieto, Narni è una città con un patrimonio storico notevole e una vocazione turistica. Eppure, come Orvieto, non riesce a fermare il deflusso di abitanti.
Quello che è interessante notare è che Orvieto e Narni, le due città storiche della provincia con maggiore appeal turistico e culturale, stanno perdendo abitanti a ritmi simili. Non sono città che collassano come Terni, ma sono in una sorta di declino “ordinato,” dove la perdita è costante ma non drammatica, almeno non nei numeri assoluti e nel breve periodo.
Amelia rappresenta un’eccezione nella provincia. Con una popolazione di 11.474 abitanti al primo gennaio 2025, ha perso solo 25 residenti rispetto al 2019 (era 11.499). È una variazione negativa di appena lo 0,22%, praticamente nulla. Tra i comuni maggiori della provincia, Amelia è il più resiliente rispetto al calo demografico. Perché Amelia tiene quando altri comuni crollano? Diverse ragioni potrebbero spiegare questo fenomeno. Anzitutto, Amelia è più lontana da Terni capoluogo e ha una struttura economica basata sia sul turismo che su piccole e medie imprese locali. Inoltre, la sua posizione geografica la rende un punto di connessione tra l’Umbria centrale e il Lazio, il che potrebbe favorire una certa mobilità economica. Non è una crescita, ma è resilienza.
Se osserviamo il quadro complessivo cosa emerge?:
Comuni di grandi dimensioni perdono più abitanti in numeri assoluti: Terni (-4.244), Orvieto (-1.210), Narni (-1.070), San Gemini (-282), Montecastrilli (-215).
Comuni medi perdono una percentuale significativa della loro popolazione: Montecchio perde il 9,90% dei suoi abitanti (da 1.637 a 1.475), Arrone perde l’8,11% (da 2.713 a 2.493), Alviano perde il 7,89% (da 1.444 a 1.330), Castel Viscardo perde il 6,83% (da 2.843 a 2.649). Per comuni di questa dimensione, perdite percentuali di questa entità sono devastanti. Significano che la comunità si sta sfaldando realmente.
Comuni piccoli e piccolissimi registrano perdite assolute modeste ma drammatiche in percentuale: Polino perde solo 6 residenti, ma da una popolazione base di 226. È come se una piccola frazione sparisse. Parrano perde 14 residenti da 504. Lugnano in Teverina perde 39 residenti da 1.435, ma mantiene una parità perfetta tra uomini e donne (698 ciascuno), un dato statisticamente raro.
Un aspetto poco discusso ma altamente significativo riguarda gli squilibri di genere in otto comuni della provincia: Avigliano Umbro, Ferentillo, Montecchio, Montegabbione, Parrano, Polino, San Venanzo, Stroncone. In questi comuni, il numero di uomini supera quello di donne. È anomalo, perché generalmente nelle società sviluppate la popolazione femminile è numericamente superiore. Questo suggerisce due ipotesi: primo, che le donne giovani se ne vanno prima e più numerose degli uomini, probabilmente perché trovano migliori opportunità occupazionali altrove. Secondo, che questi comuni hanno una struttura demografica invecchiata e “maschile,” il che comporta rischi significativi per la sostenibilità futura della comunità.
Il contrasto tra i dati di Orvieto e quelli di comuni come Montecchio, Arrone o Alviano è illuminante. Orvieto perde il 5,9% della sua popolazione, Montecchio perde il 9,90%, Arrone l’8,11%. In numeri assoluti, Orvieto perde più abitanti (1.210 vs i 162 di Montecchio), ma in termini relativi, Montecchio sta “sparendo” molto più velocemente di Orvieto.
Questo suggerisce una realtà sfaccettata: il calo demografico non è uniforme. Le città maggiori, anche se perdono più abitanti in termini assoluti, mantengono una inerzia demografica. I comuni più piccoli, invece, rischiano l’estinzione. Quando Montecchio perde il 9,90% della sua popolazione in sei anni, e continua a perdere al ritmo di circa 27 abitanti all’anno, ci sono poco meno di tre decenni prima che il comune sia completamente svuotato (se il trend continua linearmente).
Quali sono le cause di questo spopolamento generalizzato? Una risposta singola non esiste. Per Terni, il declino industriale è una causa primaria. Per Orvieto e Narni, nonostante il turismo, la mancanza di occupazione stabile per giovani è decisiva. Per i comuni più piccoli, è il semplice fatto che non ci sono servizi, non ci sono scuole, non ci sono ospedali, non ci sono opportunità economiche.
Ma c’è un denominatore comune: la provincia di Terni non offre un futuro credibile ai suoi giovani. Non offre lavoro, non offre servizi, non offre prospettive. E quindi loro se ne vanno. E quando se ne vanno, la comunità diventa più vecchia, ancora meno attrattiva, ancora più povera di servizi. È un circolo vizioso che non si rompe perché nessuno ha il coraggio o il potere di rompere il ciclo.
Alla fine, il dato di -9.630 abitanti in sei anni non è semplicemente un “calo demografico.” È una recessione. È la manifestazione visibile di una crisi economica, sociale e culturale che investe il territorio nel suo insieme. È il segno che la provincia di Terni non sta semplicemente invecchiando, ma sta morendo.
Significa che la crisi è totale, strutturale, e che nessuna iniziativa locale, nessun sindaco, nessun assessore avrà il potere di fermarla da solo. Se la provincia di Terni vuole sopravvivere, ha bisogno di una strategia regionale e nazionale, non di interventi cosmetici.
E il tempo sta scadendo.