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“Il Report della Banca d’Italia sull’economia umbra. Qualche considerazione”

Paul Krugman – premio Nobel per l’economia 2008 – ebbe a chiarire, circa la rilevanza delle variabili economiche per descrivere lo stato di salute di un sistema, che “nel lungo periodo la produttività è quasi tutto”.  Stante che la dinamica della produttività rappresenta, in sintesi, il rapporto tra la quantità del prodotto e quella dei fattori utilizzati per produrre, s’intuisce che dietro tale variabile si nasconde il benessere economico di un territorio; essa determina il reddito pro-capite e il grado di competitività nella produzione delle merci.

Per cui, si può concordare con Krugman e prendere come angolo d’attacco ai fatti economico quello della produttività.

Seguendo questo approccio, è possibile farsi largo e sistematizzare la grande messe di dati riportati nel Rapporto Annuale 2024 sull’economia dell’Umbria, recentemente presentato dalla Sede di Perugia della Banca d’Italia (giugno 2024). Questi i “fatti stilizzati”:

  1. i redditi nominali da lavoro dipendente hanno poco più che recuperato nel 2022 il calo, dovuto al COVID, del 2020, pertanto in termini reali sono risultati in calo (pag. 86);
  2. i salari che pagano le multinazionali operanti con loro succursali in Umbria sono del 23% più elevati di quelli distribuiti dalle aziende umbre, specificatamente la retribuzione media giornaliera è di 93 euro contro 76; le imprese appartenenti a gruppi multinazionali, inoltre, “impiegavano mediamente una quota maggiore di lavoratori a tempo indeterminato, anche a parità di dimensione e di settore di attività economica” (pag. 18);
  3. l’Umbria ha sensibili difficoltà di reperimento di personale specializzato, in questa particolare graduatoria è terzultima, peggio risultano solo Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto-Adige, (pag. 27). “Le imprese hanno dichiarato problemi di reperimento del personale in regione per oltre la metà delle assunzioni programmate nel 2023”, la media nazionale è sensibilmente più bassa, circa 45%;
  4. gli investimenti pubblici sono cresciuti grazie al volano del PNRR (pag. 5) ma si palesa un trend decrescente dei prestiti ai privati (pag. 97): lo stock dei prestiti in essere è passato da 17,7 mln di euro nel 2021 a 16,9 nel 2023; il dato può essere interpretato come una proxy degli investimenti privati che quindi segnano il passo, peraltro l’inferenza è confermata nel documento: “in un contesto sempre più incerto, si è osservato un raffreddamento dei consumi e un calo della spesa privata per investimenti (pag. 5);  
  5. venendo ad uno dei settori chiavi dell’economia orvietana, il turismo, il Rapporto indica uno sviluppo che ha riguardato tutta la regione, ad eccezione dell’eugubino, con punte significative per l’assisano (pag. 14). Tuttavia, la variazione delle presenze a Orvieto, tra il 2019 e il 2023, è stata poco rilevante: (+0,5%), con una incidenza di presenze per chilometro quadrato di 466, contro le 626 di Spoleto e il picco di 4.438 di Assisi (pag. 15). 

Come si traducono queste dinamiche in termini di prodotto? Il risultato in termini di PIL procapite segna un forte calo indotto dalla flessione della produttività: tra il 2007 e il 2022 il PIL procapite in Umbria è calato del 12,4%, si osservi che la media delle regioni europee con caratteristiche simili all’Umbria segna invece un + 7,5% (pag. 31). Le unità locali facenti parte di gruppi multinazionali mostrano una produttività maggiore: nella manifattura il valore aggiunto per addetto – cioè il surplus che si genera una volta sottratti dal fatturato i costi degli input di produzione – è 1,8 volte quello delle imprese umbre (pag. 17).

Come si vede una situazione di declino, anche in confronto a regioni europee simili, e in questo habitat si è anche aperto uno iato tra imprese facenti parte di multinazionali e quelle umbre propriamente dette.

Quali considerazioni è possibile estrapolare dall’evidenza empirica mostrata?

In primo luogo, un deficit di investimenti rispetto al potenziale indotto dal freno posto alle nuove iniziative dall’altro fattore di produzione, il lavoro, contingentato dalla crisi demografica. Il mercato del lavoro può al contempo presentare disoccupazione e scarsità di offerta di lavori qualificati (il così detto mismatching): è proprio questo che sta affliggendo l’Umbria, come dimostrato dal dato circa la difficoltà di reperimento di mano d’opera qualificata. In tutti i contesti, la dinamica economica sarà sempre condizionato dal fattore scarso: la bassa offerta specialistica del lavoro non consente di porre in essere investimenti profittevoli che in altri scenari demografici verrebbero posti in essere. Il conseguente, mancato aggiornamento tecnologico mitiga la produttività e per questa via fa flettere sia il PIL procapite, sia il merito di credito delle imprese. Inoltre, il calo della produttività vincola la crescita dei salari, attivando una spirale che retroagisce dai redditi alla produttività e agli investimenti: il lavoro costa talmente poco che non conviene investire per sostituirlo con le macchine, il classico loop che Ricardo e con lui, in seguito, Sylos Labini, definirono la “frusta dei salari”, se sono sufficientemente alti frustano i cavalli dell’investimento, altrimenti questo pungolo scompare!

La catena si chiude con la considerazione che l’impegno profuso da un lavoratore non è indipendente dalle condizioni di lavoro e di salario, come postulato dalla teoria “dominante”, ma dipende strettamente da queste ultime (teoria dei salari-efficienza).

La relazione bassi salari – bassa produttività è, pertanto, di tipo circolare e lastrica la strada del declino!

Con salari più elevati e maggiore ricorso al tempo indeterminato, le unità facenti parte di gruppi multinazionali sono molto più redditive di quelle umbre; ma vi è anche un’altra ragione che spiega il fenomeno, oltre la relazione salario-efficienza, e richiama il contesto sinergico di economia di rete, implicita già nell’appartenere a un gruppo multinazionale, che dovrebbe essere l’archetipo cui tendere anche nel programmare la politica industriale sul nostro territorio.

Gli attori economici e i policy maker, di recente nomina o riconfermati, dovrebbero ragionare seriamente su questi dati e sulle dinamiche che dietro essi si appalesano per ridiscutere il modello di sviluppo economico che è stato posto in essere per lustri e che sembra non in grado di invertire il declino del territorio umbro, in generale, e orvietano, per quanto più ci riguarda. Ancora una sonata monocorde sul tasto del turismo? “Preferirei di no!”, anche se questa sembra l’opzione più probabile, del resto è stato scritto “li riconoscerete dai loro frutti”.