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Fondazione e Banco Desio, il futuro della CRO vale più del prezzo

Immagine generata con l'IA

Dopo la decisione di MCC di aprire all’esclusiva con Banco Desio per la cessione di CariOrvieto siamo andati indietro nel tempo.  A Orvieto Banco Desio aveva messo piede già tempo fa per tramite della Fondazione Cassa di Risparmio di Orvieto ben prima della trattativa che potrebbe portare il gruppo lombardo al controllo della banca orvietana.

I documenti contabili della Fondazione raccontano di una collaborazione nella gestione del patrimonio finanziario. Nel 2019 risultava affidata alla Banca Popolare di Spoleto, appartenente al gruppo Banco Desio, una gestione patrimoniale di 5 milioni di euro. L’anno successivo, il bilancio della Fondazione riportava due distinti mandati affidati direttamente a Banco Desio, per un importo complessivo di 9,75 milioni di euro. Le due gestioni sono state poi interamente rimborsate entro il 31 dicembre 2021.

Tra i due soggetti vi sono stati rapporti finanziari diretti e di entità significativa. Ma è altrettanto importante chiarire ciò che non emerge alcun elemento che dimostri un collegamento tra quei precedenti mandati e l’attuale trattativa per l’acquisizione della Cassa di Risparmio di Orvieto. Né è possibile sostenere, sulla base delle informazioni disponibili, che quella collaborazione abbia avuto un ruolo nella selezione di Banco Desio da parte di Mediocredito Centrale.

La ricostruzione è dunque meramente storica per comprendere il contesto, non per suggerire rapporti causali che non risultano provati. La questione di oggi è un’altra e riguarda le condizioni alle quali la banca potrebbe passare sotto il controllo del gruppo lombardo e, soprattutto, il futuro ruolo della Fondazione.

Il nodo non è soltanto il valore della quota

Il 13 ottobre Mediocredito Centrale ha annunciato la concessione a Banco Desio di un periodo di esclusiva per negoziare la potenziale acquisizione della partecipazione dell’85,32% detenuta nella CRO. Non si tratta ancora di una vendita conclusa: prezzo, condizioni contrattuali e passaggi necessari al perfezionamento dell’operazione devono essere definiti per poi ottenere il via libera da Banca d’Italia.

Rimane ancora la Fondazione, con il suo 14,68% del capitale. Una partecipazione di minoranza che, proprio nel momento in cui si prospetta un cambiamento dell’azionista di controllo, pone interrogativi sul valore economico della quota e sulla capacità di conservarne un ruolo effettivo nelle decisioni che riguardano la banca.  Il valore è il primo nodo da sciogliere anche perché si va a incidere sulla ricchezza della città.  Senza una Fondazione forte il rischio è quello di avere un territorio ancora più povero e chiuso.

Quindi è un aspetto importante. Occorrerà capire come verrà determinato il valore, quali prospettive patrimoniali ed economiche saranno riconosciute alla quota della Fondazione e quali scenari si apriranno per il suo futuro. Ma è solo una visione parziale, non ci si può fermare alla valutazione finanziaria.

La Fondazione non è un investitore qualsiasi. La sua storia è legata a quella della Cassa di Risparmio e il suo ruolo ha una dimensione che va oltre il rendimento del capitale. La presenza nel patrimonio della Fondazione di una partecipazione nella banca rappresenta anche un legame con una comunità che, storicamente, ha nell’istituto un interlocutore per il risparmio, il credito e il sostegno alle attività economiche.

È proprio qui che si misura la responsabilità della Fondazione nella fase che si apre. Non soltanto tutelare il valore delle azioni, ma capire quali strumenti possano consentirle di continuare a svolgere una funzione concreta nell’interesse del territorio.

Un consigliere non basta a garantire una presenza effettiva

Se la Fondazione dovesse mantenere la propria partecipazione anche dopo l’eventuale ingresso di Banco Desio, il confronto non dovrebbe limitarsi alla possibilità di tornare ad esprimere un rappresentante negli organi societari. La nomina di un consigliere può assicurare una presenza istituzionale, ma non coincide necessariamente con la possibilità di incidere sulle scelte strategiche del nuovo azionista di controllo.

Il tema da affrontare, semmai, è quello di eventuali patti parasociali, accordi tra azionisti che, nel rispetto della normativa e delle regole di governance bancaria, possano definire impegni e modalità di confronto su questioni di interesse comune.

Naturalmente non possiamo sapere se già allo stato attuale esistano già tali intese o siano oggetto di trattativa. Proprio per questo sarà importante capire se e come le parti intendano affrontare il tema.

L’obiettivo dovrebbe essere quello di costruire un sistema di garanzie capace di dare sostanza al ruolo della Fondazione. Un accordo che non si esaurisca nella presenza di un componente del consiglio di amministrazione, ma che possa individuare impegni verificabili sul futuro della banca, sulle sue attività e sul rapporto con il territorio.

Per esempio si potrebbe aprire un confronto sul mantenimento di una presenza qualificata della banca a Orvieto, quindi sul futuro di reti e sportelli; si potrebbe discutere e trattare sul sostegno al credito per famiglie e imprese e sulle professionalità presenti nella banca.  Significherebbe anche valutare quali garanzie possano essere previste rispetto a eventuali processi di integrazione organizzativa, accentramento di funzioni o riorganizzazione della rete.

Naturalmente, un patto parasociale non può sostituire il piano industriale, né può annullare le responsabilità dell’azionista di controllo o i vincoli derivanti dalla normativa bancaria. Può però rappresentare uno strumento per tradurre gli obiettivi condivisi in impegni chiari, con tempi, modalità di verifica e responsabilità definite. È su questo terreno che la partecipazione della Fondazione potrebbe assumere un significato concreto anche dopo un eventuale cambio di controllo.

La banca deve continuare a essere un interlocutore del territorio

La partita riguarda anche il modello di banca che Banco Desio intenderà realizzare a Orvieto. Un’acquisizione può offrire opportunità di sviluppo, nuovi strumenti operativi e una maggiore capacità di investimento. Ma può anche aprire una fase di integrazione nella quale le economie di scala e la razionalizzazione dei costi vanno a collidere con le esigenze della comunità locale.  Certamente non si può dare per scontato ciò che avverrà ma il precedente della Banca Popolare di Spoleto lascia intravedere che ci potrebbero essere chiusure di sportelli, la riduzione dell’occupazione, la continuità dell’attuale assetto ma nulla è al momento scontato. Saranno le condizioni dell’operazione, il piano industriale e le decisioni dei nuovi vertici a determinare gli effetti concreti.

È però legittimo chiedere che questi aspetti vengano affrontati fin da ora. La CRO non è soltanto un insieme di filiali, un portafoglio di crediti o una partecipazione da valorizzare. È un soggetto che opera in un territorio dove l’accesso al credito può fare la differenza per una famiglia che deve acquistare casa, per un’impresa che vuole investire, per un’attività commerciale che ha bisogno di liquidità o ancora per un’azienda che intende assumere o crescere.

Lo stesso vale per il personale. I dipendenti rappresentano competenze, conoscenza del tessuto economico e relazioni costruite negli anni. La tutela dell’occupazione non può essere valutata soltanto in termini di eventuali esuberi immediati. Occorre considerare anche il mantenimento delle funzioni qualificate, delle professionalità e dei centri decisionali sul territorio. Una banca può continuare a operare formalmente in una città e, allo stesso tempo, perdere progressivamente la capacità di incidere sulla sua economia se tutte le decisioni vengono trasferite altrove.

La responsabilità della Fondazione si misura adesso

La Fondazione si trova davanti a un passaggio delicato. La sua partecipazione del 14,68% può rappresentare una risorsa nel confronto con il futuro azionista di maggioranza. A condizione, naturalmente, che questa presenza venga accompagnata da obiettivi chiari e da una strategia negoziale orientata al lungo periodo.

Non si tratta di opporsi per principio a un nuovo assetto proprietario, né di pretendere che una banca rinunci alle esigenze di equilibrio economico e organizzativo. Si tratta di evitare che il confronto si esaurisca nella definizione del prezzo di uscita o nella distribuzione delle poltrone negli organi societari.

Il valore della quota della Fondazione va tutelato, ma altrettanto importante è il valore che la banca può continuare a generare per la comunità che rappresenta. E questo valore non si misura soltanto nei dividendi o nei risultati di bilancio. 

I rapporti finanziari del passato con Banco Desio sono un elemento della storia. Non dimostrano un legame con la trattativa attuale e non anticipano le decisioni future. La fase che si apre, invece, chiama la Fondazione a una responsabilità presente e concreta.

La vera partita, dunque, non sarà soltanto quanto varrà la partecipazione rimasta nelle sue mani. Sarà soprattutto capire quali garanzie saprà ottenere e quale ruolo riuscirà a costruirsi per accompagnare la banca nella nuova fase.