Si è svolta il 10 marzo nella Sala delle 4 Virtù la Commissione dei capigruppo con l’audizione della presidente della Fondazione per Centro Studi Città di Orvieto, Liliana Grasso. Il mandato della presidente è scaduto da alcuni mesi ed è attualmente, come il cda, in prorogatio. Non senza emozione grasso ha esordito nel suo intervento con un riassunto della storia della Fondazione a partire dal 2000, giusto 25 anni di esistenza. “Tutto è iniziato con 100 milioni (in lire) di dotazione iniziale e con l’idea di portare l’università anche a Orvieto. Nei primi anni, fino al 2008 non sono mancati i finanziamenti piuttosto generosi da parte dei soci fondatori. E nello stesso periodo si è andato a formare anche il debito che ancora oggi pesa fortemente sulla Fondazione”.
La partita del debito monstre dal 2008/09 è stato sempre il vero convitato di pietra, non tanto poi, della Fondazione. In due anni, tra il 2007 e il 2009 si sono disimpegnati tutti soci con la sola esclusione del Comune che ha poi fortemente ridotto il contributo annuo, a fronte dell’utilizzo della sede oggi in Palazzo Negroni.
La presidente Grasso ha spiegato che gran parte del debito è con la Coop Carli e con Università di Perugia tanto che “il presidente Tonelli, che mi ha preceduto, ha concluso un accordo transattivo proprio con la Coop Carli spalmando il debito su più anni con un rateo annuale da 25 mila euro e con l’Ateneo umbro con 10 mila annui. Una cifra che si è dimostrata poco sostenibile con il fatturato della Fondazione tanto che abbiamo trovato ratei non del tutto saldati. Per questo nel 2023 abbiamo concluso un nuovo accordo proprio con Carli per 12 mila euro annui e oggi abbiamo abbattuto l’esposizione con l’azienda sociale orvietana a circa 224 mila euro”. Sempre Grasso ha specificato che “la ricostruzione della storia della Fondazione è stata particolarmente difficoltosa ma ci siamo riusciti insieme a tutto il cda e ai dipendenti che colgo l’occasione per ringraziarli della dedizione”. Un ringraziamento la presidente lo ha voluto rivolgere anche ai fornitori che “hanno atteso soprattutto dopo il forzato stop dovuto alla pandemia che è arrivato a pochi mesi dal nostro arrivo”. Ricordiamo che le Università americane già da gennaio 2000 hanno bloccato i loro programmi all’estero per riprenderli solo alla fine del 2021.

“Oggi posso affermare che la strada, stretta e non priva di ostacoli, per il risanamento è tracciata con un 2024 che contiamo di chiudere con un utile di 38 mila euro con una stima prudenziale. E’ stretta la strada anche per il nostro status giuridico di Fondazione controllata da un Ente Pubblico che non ci permette di essere enti del terzo settore. Nonostante ciò comunque il Centro Studi lo abbiamo trasformato in una impresa culturale e sociale di rilievo per la città”.
Vediamo alcuni numeri presentati nella sua relazione dalla presidente Grasso che evidenziano come il CSCO non è più solo luogo di studio per studenti americani. I corsi attivati sono stati 70 con 288 iscritti, in gran parte provenienti da varie parti d’Italia. Un ruolo di grande rilievo lo ha svolto il Digipass con 1455 persone che hanno usufruito dei corsi e/o servizi di facilitazione digitale, un altro settore, questo, che può avere un ruolo rilevante per il futuro del Centro Studi. Sono stati contrattualizzati 47 persone tra docenti e formatori e sono stati organizzati 60 eventi in collaborazione con enti e associazioni. Sono stati finanziati 15 progetti con bandi regionali, nazionali ed europei. Su quest’ultimo dato Liliana Grasso ha posto l’accento “non è facile avere accesso ai finanziamenti proprio per la nostra forma giuridica ma dove possibile abbiamo lavorato duramente per vincere e ci tengo a sottolineare che è la prima volta che il CSCO si aggiudica bandi UE”.

Gli interventi dei consiglieri hanno promosso a pieni voti il lavoro svolto in questi cinque anni abbondanti dal cda, augurandosi la riconferma in blocco. Per Liliana Grasso è stata anche l’occasione per parlare di futuro partendo da due punti di debolezza, il frequente cambio della governance e la struttura giuridica del CSCO. “Non ho intenzione di continuare, perché lo vedo complicato dal punto di vista professionale. Forse è il momento di far entrare persone magari con meno esperienza ma con una vicinanza alla rivoluzione digitale e ancora più rivolte all’innovazione. Per quanto riguarda il futuro – ha spiegato Grasso – è necessario trovare una strada per rendere possibile l’accesso ai bandi a cui spesso il CSCO non può accedere per la forma giuridica. Permane il fardello del debito ancora piuttosto alto e, personalmente, spero che il nuovo cda persegua la strada della diversificazione evitando la dipendenza totale dalle università americane che, da sole, non assicurano un futuro alla Fondazione”.