Il 16 ottobre e nei giorni seguenti, le piazze italiane hanno restituito una voce a chi troppo spesso viene chiamato in causa soltanto quando c’è da chiedere sacrifici, obbedienza e silenzio: le studentesse e gli studenti.
Sono scesi in piazza contro il riarmo, la guerra, il carovita e una scuola sempre più incapace di garantire a tutti le stesse opportunità. Hanno contestato le politiche del governo Meloni, le disposizioni del ministro Valditara e un modello di società che rischia di trasformare le disuguaglianze in destino, la provenienza familiare in una discriminante e il diritto allo studio in un privilegio per chi può permetterselo.
La questione di fondo è più delicata di un decreto o di un ministro, diventa una questione di priorità politiche, di interessi sociali, di futuro.
Mentre si moltiplicano gli annunci sul riarmo e crescono le risorse destinate agli apparati militari, le scuole cadono a pezzi, le aule restano inadeguate, i laboratori sono insufficienti e intere famiglie faticano a sostenere il costo dei libri, dei trasporti e degli affitti universitari. Per tanti giovani, studiare significa affrontare una salita sempre più ripida, mentre il diritto all’istruzione dovrebbe rappresentare una delle conquiste irrinunciabili di una società democratica. Ci viene detto che bisogna prepararsi ad un mondo “più pericoloso” ma chi ha deciso che la risposta debba essere spendere di più per le armi e non investire nella conoscenza, nella ricerca, nella scuola pubblica e nella cooperazione tra i popoli?
La sicurezza non si costruisce con le bombe, ma garantendo alle persone le condizioni per vivere con dignità.
Le guerre in corso, la prosecuzione del conflitto in Ucraina, il sostegno a Israele e la tragedia del popolo palestinese chiamano in causa le responsabilità dei governi e delle istituzioni europee. Non possiamo accettare che la retorica della sicurezza diventi il paravento dietro cui sottrarre risorse ai bisogni sociali e normalizzare una politica internazionale fondata sulla forza. E non basta puntare il dito contro il governo in carica. Anche le forze che si definiscono “alternative” devono rispondere delle proprie scelte. Le posizioni assunte sul riarmo e sulle politiche militari europee da esponenti del Partito Democratico, pongono una questione politica che non può essere elusa: quale alternativa si vuole costruire se, su questioni decisive, le differenze tra maggioranza e opposizione rischiano di assottigliarsi?
I giovani hanno il diritto di chiedere coerenza, non hanno bisogno di partiti che si ricordino di loro nelle campagne elettorali, ma di organizzazioni capaci di ascoltarne le domande, sostenere le lotte e mettere in discussione le politiche che producono precarietà, disuguaglianze e impoverimento.
Ma attenzione: la protesta degli studenti non deve restare una parentesi, una giornata di piazza destinata a dissolversi nelle cronache del giorno dopo. Deve diventare coscienza, organizzazione, capacità di incidere nei rapporti di forza della società.
Per questo è necessario costruire un terreno comune tra studenti, insegnanti, personale scolastico, lavoratrici e lavoratori, agricoltori, precari e tutti coloro che subiscono le conseguenze delle politiche liberiste. Mondi spesso separati, ma attraversati da problemi comuni: salari insufficienti, servizi pubblici impoveriti, territori abbandonati, lavoro precario, diritti messi in discussione e risorse pubbliche orientate verso priorità che non rispondono ai bisogni della maggioranza.
La scuola non riguarda soltanto chi la frequenta ma l’intera società. La crisi dell’istruzione pubblica non è separata dalla crisi del lavoro, dall’abbandono delle aree interne, dalle difficoltà dell’agricoltura, dallo smantellamento del welfare e dalla subordinazione della politica agli interessi economici dominanti.
È qui che può nascere una convergenza reale: non nella somma occasionale di sigle e bandiere, ma nella capacità di riconoscere “un avversario comune” nelle politiche che mettono la competizione davanti alla solidarietà, il profitto davanti ai diritti, il riarmo davanti alla pace.
Quello che sta emergendo nelle piazze italiane non è un fenomeno isolato, in diversi Paesi europei, dalle mobilitazioni studentesche in Francia e Spagna alle iniziative contro la militarizzazione e la prospettiva della leva, cresce una generazione che rifiuta di considerare inevitabile un futuro fatto di riarmo, precarietà e disuguaglianze. Le forme e le rivendicazioni di queste proteste non sono ovunque le stesse, ma si incontrano su una questione fondamentale: chi deve pagare il prezzo delle scelte politiche ed economiche dell’Europa?
Un continente che fatica a garantire case accessibili, istruzione pubblica adeguata e prospettive di lavoro ai giovani non può pretendere di risolvere le proprie contraddizioni moltiplicando gli investimenti militari. La costruzione di una Europa dei popoli, della pace e dei diritti non può essere sostituita da una Europa che misura la propria forza attraverso gli arsenali e la propria credibilità attraverso la spesa per gli armamenti.
Le lotte studentesche possono diventare un ponte tra le generazioni e oltre i confini nazionali: perché le disuguaglianze, la crisi climatica, la precarietà e il rischio di guerra non si fermano alle frontiere e perché una risposta all’altezza di queste sfide non può limitarsi a chiedere correttivi nazionali, ma deve mettere in discussione le priorità economiche e sociali che orientano le politiche europee.
Ai giovani va detto con chiarezza: non siete una generazione perduta, ma una generazione alla quale stanno tentando di far pagare il conto di un modello economico e sociale che non avete scelto. Non lasciate che vi convincano che la precarietà sia inevitabile, che la guerra sia un destino e che l’assenza di alternative sia una legge naturale. Come scriveva Gramsci, “pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà”. Comprendere la durezza dei rapporti di forza senza rassegnarsi a subirli: è anche questo il significato della politica.
Il Partito Comunista Italiano guarda con attenzione e sostiene le mobilitazioni studentesche, nella convinzione che la difesa della scuola pubblica, la lotta contro il riarmo e la rivendicazione di una società più giusta appartengano allo stesso orizzonte di emancipazione. Perdendo distanza dalle “violenze” che nulla hanno a che fare con queste rivendicazioni.
Le prossime mobilitazioni, a partire dallo sciopero generale del 30 ottobre e dalle iniziative studentesche annunciate per il 20 novembre, potranno rappresentare altre occasioni per rafforzare questo legame, nel rispetto dell’autonomia dei movimenti e della loro capacità di elaborare rivendicazioni proprie.
Perché una scuola che cade a pezzi non è una fatalità è il risultato di scelte politiche e le scelte politiche possono essere cambiate.
Non chiediamo ai giovani di adattarsi a un mondo ingiusto ma chiediamo loro di avere la forza di immaginarne uno diverso, insieme a chi lavora, insegna, coltiva la terra e ogni giorno tiene in piedi questo Paese. Meno armi, più istruzione. Meno profitti per pochi, più diritti per tutti. Meno obbedienza, più coscienza. Perché il futuro non si aspetta, non si mendica e non si affida alle promesse di chi governa.
