In sei anni in Umbria hanno chiuso circa 80 bar. Secondo un’analisi di Confesercenti su dati delle Camere di commercio, le imprese del settore sono passate dalle 758 del 2019 alle 678 del 2025: una riduzione del 10,6%, pari a oltre 13 attività in meno ogni anno. La contrazione avrebbe sottratto all’economia regionale circa 24 milioni di euro tra consumi, occupazione e gettito fiscale.
Anche a Orvieto, dove il fenomeno può apparire meno evidente, le difficoltà non mancano. Il problema principale, soprattutto nel centro storico, è il costo delle locazioni. Gli affitti sembrano spesso determinati più dalla posizione dell’immobile che dalla reale capacità dell’attività di produrre reddito. Turismo e presenze non garantiscono infatti un afflusso costante durante tutto l’anno, mentre nei bilanci pesano anche personale, utenze, materie prime, imposte e tariffe.
Tra le voci di spesa va considerata anche l’acqua, utilizzata quotidianamente per il servizio, la pulizia e la preparazione. In un quadro in cui aumentano contemporaneamente energia, forniture e servizi, anche incrementi relativamente contenuti finiscono per comprimere margini già ridotti. A questo si aggiunge il costo del lavoro. Retribuzioni contenute favoriscono il ricambio del personale, rendono più difficile la professionalizzazione e complicano la ricerca di nuovi addetti. Confesercenti indica inoltre tra le cause della crisi la minore capacità di spesa delle famiglie e il cambiamento delle abitudini, accentuato dal lavoro da remoto e dalla diversa distribuzione dei consumi nell’arco della giornata.
Per una città turistica come Orvieto, quindi, non basta contare arrivi e presenze. Occorre capire quanto quei flussi si trasformino davvero in fatturato e quanto rimanga alle imprese dopo il pagamento di affitti, salari, fornitori, energia, acqua e tasse. Le attività devono poter lavorare senza essere costrette ad aumentare i prezzi oltre ciò che il mercato può sostenere.
La risposta deve coinvolgere tutti: i proprietari, chiamati a valutare gli affitti in rapporto alla reale redditività; e i gestori, che devono controllare ricavi, costi e ricarichi, eliminando le spese non indispensabili. La questione non è soltanto quanti bar resteranno aperti, ma creare le condizioni perché una nuova attività possa aprire, produrre un reddito adeguato e restare sul mercato nel tempo.