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Caserma Piave, oltre vent’anni di idee e nessuna visione

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Quando si parla della Caserma Piave gli animi si accendono inevitabilmente. Da oltre vent’anni, praticamente dall’inizio degli anni Duemila, attorno a quella che è una delle aree strategiche più importanti di Orvieto si susseguono dibattiti, progetti, studi, annunci e ricerche di investitori. Nel frattempo, però, il tempo continua a fare il suo lavoro: l’immobile si degrada e ogni anno che passa diventa più difficile, e soprattutto più costoso, recuperarlo.

Eppure l’inizio sembrava promettente. Con la nascita di RPO si era avviato un percorso concreto: il trasferimento di alcuni uffici comunali, la cessione dell’ex mensa alla Usl per realizzare quella che allora era la Casa della Salute, oggi Casa della Comunità. Sembrava il primo tassello di una rigenerazione più ampia.

Poi qualcosa si è inceppato.

Il vero nodo, probabilmente, è stato il destino della stessa RPO Spa. Le vicende politiche di quegli anni, le tensioni e le divisioni interne al centrosinistra finirono per travolgere il progetto originario. Da quel momento la Caserma Piave è rimasta sospesa, senza una strategia e senza una manutenzione adeguata.

Negli anni non sono mancate le idee. Alcune più credibili, altre decisamente meno. Ogni amministrazione ha provato, spesso in modo estemporaneo, a trovare una destinazione a qualche porzione del complesso. È il caso della Palazzina Comando, oggi sede del Liceo Artistico, una soluzione utile ma che non affronta il problema nel suo insieme.

Facciamola breve. Siamo arrivati al 2026 con l’ennesimo tentativo di immaginare il futuro dell’ex Piave.

La Scuola di Polizia? Dal Ministero è arrivato un messaggio piuttosto chiaro: servono immobili quasi pronti all’uso, e la Caserma Piave è ben lontana dall’esserlo.

L’ipotesi di recuperare gli spazi per favorire l’edilizia residenziale e il ripopolamento del centro storico attraverso alloggi a prezzi calmierati? La proposta avanzata anni fa dall’allora assessore regionale Enrico Melasecche è rimasta lettera morta.

Il “Museo dei Musei”, portato all’attenzione del Consiglio comunale da Franco Raimondo Barbabella? Dopo un timido approccio con il Ministero della Cultura, il silenzio.

Nel tempo sono passate anche altre suggestioni: produzioni cinematografiche, fiction, una Rems e molte altre ipotesi. Tante idee, nessuna realmente sviluppata fino in fondo.

Oggi arriva un consulente incaricato di studiare possibili soluzioni.

Ma il punto è un altro.

Qual è l’idea della città per la Caserma Piave? Ha ancora senso immaginare un unico grande utilizzo oppure è più realistico pensare a funzioni diverse, integrate tra loro? Conviene mantenere la proprietà pubblica oppure valutare una cessione, totale o parziale? Quanto costerebbe davvero recuperare l’intero complesso e quali risorse sarebbero necessarie?

Prima ancora di individuare una destinazione, sarà indispensabile conoscere il costo reale della messa in sicurezza e del recupero dell’immobile. Ma subito dopo torna inevitabile la domanda fondamentale: chi deve decidere cosa fare della Caserma Piave?

Non dovrebbe essere proprio questo il compito della politica?

Pensare il futuro della città, definire una strategia, costruire una visione complessiva. La critica, sia chiaro, non riguarda una sola amministrazione. È trasversale, perché il problema attraversa oltre due decenni di governi cittadini di colore diverso.

Per questo sarebbe ingeneroso attribuire al consulente responsabilità che non gli appartengono. Con un incarico da 35 mila euro potrà certamente raccogliere dati, verificare ipotesi e indicare scenari, ma difficilmente potrà sostituirsi alla politica nella scelta di quale futuro immaginare per uno dei luoghi simbolo della città.

Così la Caserma Piave rischia di trasformarsi nell’ennesima incompiuta italiana. E Orvieto, una realtà di dimensioni contenute, con risorse limitate, priva di grandi poli industriali, sempre più isolata nei collegamenti con Roma e Firenze e alle prese con un progressivo calo demografico, potrebbe ritrovarsi a gestire un patrimonio enorme diventato, paradossalmente, un peso.

Perché ogni anno trascorso senza una decisione non rende il problema più piccolo. Lo rende semplicemente più costoso.