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Imprese Culturali e Creative: cosa sono e perché riguardano anche il territorio (Parte I)

Cultura e impresa non sono necessariamente mondi separati. Oggi, sempre più spesso, chi crea valore culturale fa anche impresa. È da questa consapevolezza che nasce la figura delle Imprese Culturali e Creative (ICC), introdotta dal legislatore per riconoscere e sostenere un settore in forte crescita.
Ma cosa sono, in concreto, le ICC?
Non si tratta solo di teatri, musei o artisti, la normativa utilizza una definizione molto ampia: rientrano tutte le attività economiche che operano, in modo prevalente e continuativo, nella creazione, produzione, diffusione o valorizzazione di contenuti culturali.
In altre parole, sono imprese culturali e creative:
– chi produce contenuti audiovisivi o editoriali
– chi lavora nel design, nella moda o nella grafica
– chi organizza eventi culturali o spettacoli
– chi valorizza il patrimonio, come musei, mostre o attività di restauro
– ma anche chi offre servizi digitali, comunicazione o supporto al settore culturale
Una definizione ampia, che riflette la trasformazione della cultura in un vero e proprio comparto economico.
La disciplina trova il suo fondamento nella legge n. 206 del 2023 ed è diventata operativa con l’istituzione di una sezione speciale del Registro delle imprese, attiva dal 2025. L’iscrizione consente di ottenere il riconoscimento ufficiale come “Impresa Culturale e Creativa”.
Attenzione però: non basta svolgere un’attività “creativa”.
Per ottenere la qualifica è necessario rispettare alcuni requisiti precisi:
– l’attività culturale deve essere prevalente
– deve essere svolta in modo stabile e continuativo
– deve essere coerente con specifici codici ATECO individuati dal Ministero
Possono accedere alla qualifica non solo le società, ma anche lavoratori autonomi, Enti del Terzo Settore, imprese sociali e start-up innovative. Si tratta quindi di uno strumento pensato per una platea molto ampia.
La procedura è relativamente semplice: la domanda si presenta alla Camera di Commercio tramite Comunicazione unica, con autocertificazione dei requisiti e firma digitale.
Il punto chiave, però, è un altro: il riconoscimento formale di ICC segna un cambio di paradigma.
La cultura non è più solo un valore identitario o sociale, ma diventa sempre più una leva economica, capace di generare occupazione, innovazione e sviluppo.
E questo riguarda da vicino anche territori come quello orvietano, dove il patrimonio culturale e la sua gestione possono rappresentare una risorsa fondamentale.
Nel prossimo articolo vedremo cosa cambia con il decreto 2026 e perché l’iscrizione può diventare una scelta strategica per le imprese.