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L’emendamento nato morto di Verini ed il rimpianto per la vecchia politica

Un emendamento che è destinato ad essere impallinato dalla maggioranza parlamentare e al quale qualcuno fa finta di credere giusto per dimostrare (a sé stesso prima che agli altri) di essere ancora sul palcoscenico e contare qualcosa. Sulla proposta dell’onorevole del Pd Walter Verini di emendare la legge di Bilancio prevedendo nuovi fondi per la rupe di Orvieto ed il colle di Todi, vanno contemporaneamente in scena gli artifici di una politica che guarda al proprio orticello e le aspettative di ridefinire gli assetti di potere del prossimo futuro in un territorio in cui esistono attualmente un vuoto ed un isolamento politico che qualcuno si prepara a colmare, facendo finta di occuparsi d’altro.

Di fronte alla proposta di Verini esistono due possibilità. La prima è quella poco probabile che, nell’assalto alla diligenza tipico di ogni legge di Bilancio, possa comporsi una favorevole compensazioni di interessi tra destra e sinistra in forza del quale la compagine meloniana possa dare disco verde al finanziamento. La seconda, molto più probabile, prevede invece che questo emendamento finisca sotto la mannaia della maggioranza come accade a centinaia di iniziative analoghe proposte dalla minoranza. Se andrà davvero cosi è perché l’emendamento serve in realtà come apertura delle danze da parte del centrosinistra per riprendersi Orvieto al prossimo giro quando la fragilissima esperienza del centrodestra locale sarà giunta al capolinea, per scadenza del tempo e per consunzione da risultati. Il Pd comincia insomma a mettere in cascina il primo fieno elettorale per ricostruire un consenso che è tornato a crescere anche qui come si è visto alle regionali, in larghissima misura grazie ai demeriti degli avversari.

L’emendamento pare insomma pensato  più che altro per avviare la campagna elettorale contro la destra “che penalizza i territori” in quel teatrino sempre uguale a cui  qualche sprovveduto o idealista è ancora disposto a credere. Soprattutto si tratta di una iniziativa legislativa lontana anni luce da quella operazione di sistema politicamente trasversale e congeniata davvero anche nell’interesse della comunità che prese le mosse nel 1978 con la prima legge speciale. In quell’era ormai preistorica poteva accadere che la strana legge venisse approvata non solo coi voti determinanti di Dc e Pci, ma anche con un decisivo pronunciamento del Msi in commissione Bilancio.  Gli interessi della comunità erano innegabili e quelli del business non erano certo da meno. Alla fine piovvero dal cielo 190 miliardi di lire (4900 euro a testa per ogni orvietano) e nel grande affare trovarono le giuste soddisfazioni sia il costruttore Salvatore Ligresti che il gruppo Todini, ma anche il colosso delle coop rosse Consorzio Cooperative Costruzioni di Bologna che poi ebbe un ruolo importante anche nell’avvio della discarica.

Quei politici sapevano fare operazioni di sistema, facendo coincidere la ricerca del consenso con gli affari miliardari e gli interessi locali. Altrove accade ancora cosi. In questa parte derelitta dell’Umbria sud occidentale invece vanno in scena esili commediole dall’esito scontato, con qualche spettatore dal pubblico che vuole testardamente illudersi di poter assistere ad un finale a sorpresa.