“La nostra libertà dipende dalla libertà di stampa, ed essa non può essere limitata senza che vada perduta.” Le parole di Thomas Jefferson, pronunciate oltre due secoli fa, suonano oggi terribilmente attuali.
L’attentato contro Sigfrido Ranucci, una bomba piazzata sotto casa di un giornalista, non è solo un gesto criminale: è un messaggio diretto a chi ogni giorno esercita il diritto – e il dovere – di raccontare, indagare, criticare. Colpire un giornalista significa colpire il diritto dei cittadini a essere informati.
Ma il pericolo per la libertà di stampa non arriva soltanto da un ordigno. Esiste anche una forma più subdola e quotidiana di minaccia, quella che tocca tanti giornalisti locali, spesso malpagati, precari e isolati, costretti a lavorare tra pressioni, intimidazioni e la costante paura di una querela. In Italia si parla tanto di libertà di espressione, ma si fa poco per proteggerla davvero e senza distinzione tra destra o sinistra (ricordiamo la cosiddetta Riforma Cartabia, approvata, ma niente da fare per le querele temerarie).
Le istituzioni, che dovrebbero essere le prime a difendere questa libertà – sancita dall’articolo 21 della Costituzione – troppo spesso tacciono o si voltano dall’altra parte. Eppure la professione giornalistica è l’unica citata espressamente nella Carta, proprio a sottolinearne il ruolo fondamentale per la democrazia.
La delegittimazione del giornalismo comincia sempre con passo felpato: si invoca la tutela dell’individuo, si parla di “responsabilità dell’informazione”, ma lentamente si costruiscono leggi, regole e prassi che minano l’indipendenza dei giornalisti e la libertà di informare.
L’attentato a Ranucci segna un salto di qualità inquietante. Dopo lo sdegno, serve una reazione vera: tornare a essere indipendenti, più che mai. Non piegarsi, non inseguire il potente di turno, non smettere di fare domande. È questo il modo più forte per rispondere alla violenza e alla paura.
Le grandi rivoluzioni culturali e liberali sono sempre nate dal basso, da chi ha avuto il coraggio di non adeguarsi. E i giornalisti hanno il privilegio – e la responsabilità – di un punto d’osservazione unico: quello della verità quotidiana.
Non sprechiamolo cercando compiacenza o visibilità.
Perché il giorno in cui smetteremo di essere liberi di raccontare, la società smetterà di essere libera di pensare.